mercoledì 30 gennaio 2013

Continua la pubblicazione degli interventi dell'assemblea della Rete-Taranto, 7 dicembre. Le lotte dei disoccupati e quelle del quartiere Tamburi di Taranto


DISOCCUPATI ORGANIZZATI TARANTO

I Disoccupati Organizzati sono un movimento che nasce circa 3 anni fa proprio con l’idea di unire ambiente salute e lavoro. In questi anni abbiamo portato avanti varie e dure forme di lotta contro le Istituzioni, soprattutto del Comune, rivendicando il lavoro nella raccolta differenziata, ma anche l’occupazione in attivtà di bonifiche nei quartieri più colpiti come Tamburi, Paolo VI, a partire dai disoccupati residenti in questi quartieri.
Insieme a blocchi del ponte, occupazioni, presidi continui, nel 2010 abbiamo anche messo sù una ‘Tenda per il lavoro’ nella piazza del Comune. Fu un successo, diventò punto di riferimento per molti disoccupati, per coloro che avevano perso il lavoro, per molti cittadini di Taranto. Alla Tenda le donne disoccupate ebbero un ruolo importante con la costante presenza giorno e notte, e spesso con i loro bambini. Ma la Tenda era fastidiosa per le istituzioni e venimmo sgomberati con la forza dai Vigili che si scagliarono contro di noi e la Tenda fino a distruggerla. Ma questo non ci fermò, continuammo la lotta e così ottenemmo nel 2011 i corsi di formazione per la raccolta differenziata, per la prima volta finalizzati al lavoro. Sempre nel 2011 abbiamo organizzato un convegno sulla raccolta differenziata come risorsa ambientale, occupazionale, economica, che ha dimostrato che i Disoccupati Organizzati insieme alle iniziative di lotta e frutto di queste lotte sono coloro che, a differenza dei rappresentanti istituzionali, sono in grado di portare una analisi e proposte generali per unire concretamente lavoro e ambiente.
La nostra continua mobilitazione, ha portato ad una prima assunzione per 6 mesi di 14 disoccupati che avevano fatto il corso di formazione, prima nella raccolta differenziata porta a porta in due quartieri e dopo, a seguito di forti proteste con occupazione della Ditta presso cui lavoravano, con mezzi portati sotto il Comune e Prefettura, ecc., presso una struttura dell’Amiu, nella selezione della raccolta.

La nostra esperienza di lotta ci ha fatto toccare con mano la totale assenza da parte di tutte le Istituzioni di risposte concrete e in positivo all’emergenza lavoro e all’emergenza ambiente, soprattutto nei quartieri più inquinati, come Tamburi, Paolo VI.
Tutto quanto sta accadendo all’Ilva e in città è ora per noi occasione per rilanciare il lavoro da noi già iniziato ai Tamburi per unire la battaglia per il risanamento ambientale al lavoro.
Nello stesso tempo continueremo a stare al fianco degli operai Ilva, perchè senza la loro battaglia  non c’è difesa dei posti di lavoro ma non c’è neanche salute e difesa dell’ambiente! Noi sono stati sempre presenti nei momenti più alti di lotta in questi mesi, abbiamo appoggiato lo sciopero e il presidio degli operai del MOF dopo la morte di Claudio Marsella.
Noi non vogliamo che 20 mila lavoratori vengano ad ingrossare le fila dei disoccupati, perderemmo tutti!


Da lavoratori-disoccupati DEI TAMBURI TARANTO


La situazione del rione Tamburi è oramai diventata insostenibile. Con 18 mila abitanti e a 200 metri da uno dei settori più nocivi dell’Ilva, i parchi minerali, da oltre 40 anni è il quartiere più inquinato di Taranto, con record di tumori che portano a una tragica statistica, almeno un morto in ogni famiglia, di cui tantissimi bambini.
Gli abitanti del quartiere hanno più volte negli anni denunciato, si sono mobilitati, soprattutto i giovani, ci sono state manifestazioni, nascita di associazioni, ma senza alcun risultato.

La nuova fase apertasi quest’estate e l’iniziativa iniziale ai Tamburi del Comitato lavoratori e cittadini liberi e pensanti ha dato un nuovo slancio agli abitanti del quartiere. Vi sono state un paio di assemblee in piazza molto partecipate, con tanti abitanti che intervenivano. Una ad agosto ha visto la partecipazione di oltre 200 persone, con operai Ilva, pensionati Ilva, giovani disoccupati, rappresentanti dei miticultori danneggiati dalla diossina, ma soprattutto donne del quartiere che hanno raccontato in forme vive, molto commoventi quanto alto sia il prezzo di vite che si sta pagando per responsabilità dei padroni (privati e prima pubblici) del siderurgico e delle Istituzioni, dei politici e dei sindacati confederali. Sono proprio le donne, insieme ai giovani, ad essere l’anima nuova di questa battaglia del quartiere, hanno fatto forti appelli a scendere in piazza tutti, e hanno posto con più nettezza il fatto che la battaglia per la salute e il lavoro devono andare insieme, contro posizioni di contrapposizione e di richiesta di chiusura della fabbrica portata soprattutto da aree del Comitato.
L’altra realtà sono i giovani, provenienti anche dall’area ultras, che vogliono non solo lottare contro una fabbrica produttrice di morte ma vogliono anche una città libera dalla disoccupazione, precarietà, da mancanza di futuro.
A metà ottobre, sempre organizzata dal Comitato Liberi e pensanti vi è stata una manifestazione che ha visto una partecipazione di oltre tremila persone. Una manifestazione che ha mostrato ancora una volta l’ampiezza della giusta protesta antinquinamento, ma costruita soprattutto dall’esterno del quartiere ha visto poca partecipazione degli abitanti dei Tamburi.
Oggi abbiamo bisogno che la mobilitazione ai Tamburi abbia un nuovo sviluppo e soprattutto continuità, per questo occorre organizzazione stabile nel quartiere.
Dobbiamo unire la lotta per un vero risanamento ambientale del quartiere, con richieste e vertenze precise, la lotta per i fondi necessari, alla battaglia per il lavoro ai tantissimi disoccupati che vi abitano, contro le condizioni di vita in generale, il tartassamento di tasse, tariffe, ecc.
Perchè come abbiamo scritto nei nostri volantini: ai Tamburi non solo si muore, ma neanche si vive senza lavoro e salario.

NO AL DECRETO CLINI CHE AUTORIZZA A BRUCIARE RIFIUTI NEI CEMENTIFICI



Cittadini contro l'amianto
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NO AL DECRETO CLINI CHE AUTORIZZA A BRUCIARE RIFIUTI NEI CEMENTIFICI

Dopo aver salvato l’ILVA condannando i cittadini di Taranto, dopo aver prorogato la gestione commissariale dei rifiuti, dopo aver aggravato ulteriormente la tassa  sui rifiuti sostituendo TARSU e TIA con la TARES, il governo Monti, a Camere ormai sciolte,  si sta avviando all’approvazione dello"Schema di decreto del Presidente della Repubblica concernente il regolamento recante disciplina dell'utilizzo di combustibili solidi secondari (CSS), in parziale sostituzione di combustibili fossili tradizionali, in cementifici soggetti al regime dell'autorizzazione integrata ambientale". Ottenuto il parere favorevole da tutti i partiti nella 13 commissione "Territorio, ambiente, beni ambientali" del Senato, il provvedimento sarà discusso l’11 febbraio.
Non ci sono dubbi che la conversione in legge di questo decreto Clini sull’utilizzo dei CSS (Combustibili Solidi Secondari, ex CDR) sia una delle mine vaganti più pericolose sulla strada dell’unica alternativa all’odierna criminale gestione dei rifiuti che devasta ambiente e salute: la raccolta differenziata finalizzata alla riduzione, riuso, riciclo dei rifiuti. Esso costituisce anche unmetodo palese per aggirare l'opposizione tenace dei movimenti alla costruzione di nuovi inceneritori ed incentivare e diffondere la combustione di rifiuti su tutto il territorio nazionale. Infatti, dirottando l'ex CDR ai cementifici, in un colpo, solo si beneficia la lobby dei cementieri e sitrasformano i 59 cementifici presenti in Italia in inceneritori di rifiuti altrimenti del tutto riciclabili, con conseguenze gravissime:
1.      Le ceneri tossiche e nocive, frutto avvelenato dell'incenerimento, non dovranno più essere smaltite a costi elevati in discariche speciali, ma inglobate pari pari nei cementi. Quindi anziché un costo diventano un guadagno, facendo crescere il volume e il peso dei cementi prodotti. Chi andrà poi a raccontare ai lavoratori edili che quando manipolano le sacchette di cemento inalano metalli pesanti e polveri cancerogene? Chi avvertirà i residenti delle abitazioni costruite con quel cemento che le loro case spolvereranno nei decenni futuri polveri metalliche e molecole tossiche?
2.      I cementifici sono impianti industriali altamente inquinanti e fonte di alte emissioni di polveri e di metalli pesanti in atmosfera (CO2, PCB, ammonio, cadmio, mercurio, nickel, ossidi di azoto, ossidi di zolfo, benzene, diossine e quantità incalcolabili di particolato) già senza l’uso dei rifiuti come combustibile. Considerando la massa dei fumi emessi (ben oltre gli inceneritori), considerando che questi impianti non sono dotati di specifici sistemi di abbattimento delle polveri e tanto meno dei microinquinanti, e sono autorizzati con limiti di emissioni più alti, la miscelazione di combustibili fossili insieme ai rifiuti avrà l’effetto di moltiplicare la nocività di questi impianti. Una vera e propria bomba rispetto agli stessi inceneritori.
3.      L'altro aspetto è che i Comuni o i gruppi di Comuni che firmeranno i contratti per il conferimento alle aziende produttrici di CSS, saranno vincolati a rispettarli per tutta la durata stabilita. Il che vuol dire che in tutto quel tempo il contratto impedirà ogni iniziativa comunale indirizzata a far partire la differenziazione dei rifiuti finalizzata al riciclo. Né più né meno dell’effetto perverso dell'inceneritore, nemico giurato di ogni progetto di riciclo.
La beffa è che l'Aitec (associazione dei cementieri) ed il ministro Clini spacciano questa operazione come altamente ecologica perché sostituisce energie alternative ad energie da combustibili fossili mentre, come ovvio, è una volgare e cinica operazione di convenienza economica visti i costi internazionali dei combustibili, chissenefrega se poi i cittadini e l'ambiente pagheranno conseguenze incalcolabili. Basta pensare che succederà in siti di alta urbanizzazione e già inquinatissimi come Guidonia, Colleferro, Taranto, Caserta.
Come per l'incentivazione di impianti a biogas e biomasse, con questa legge il ministro Clini, un uomo responsabile di 25 anni di disastri ambientali italiani, conferma di voler far di tutto, anche a fine mandato, per favorire l'incenerimento dei rifiuti. Invitiamo tutti i comitati che ogni giorno si trovano a contrastare la devastazione ambientale del proprio territorio a diffondere questi contenuti ed organizzare iniziative di protesta, per quanto loro possibile, per i giorni di Venerdì 8 e Sabato 9 Febbraio, in vista della conversione in legge del decreto prevista l’11 febbraio.

coordinamento COMITATI rifiuti-energia

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martedì 29 gennaio 2013

Assemblea nazionale della Rete: intervento dall'Istituto tumori di Milano e del coordinamento Slai cobas per il sc di Venezia-Marghera


proseguiamo nella pubblicazione degli interventi all'assemblea nazionale della Rete a Taranto, 7 dicembre

DONATO FICCHI

ISTITUTO NAZIONALE TUMORI MILANO


Siamo qui per la seconda volta a Taranto, dopo la manifestazione del 18 aprile 2009, a sostegno della battaglia che si sta conducendo all’Ilva in difesa sia del posto di lavoro e delle condizione della sicurezza sul posto di lavoro, sia in difesa della tutela ambientale e salute dei cittadini.
Queste due cose non dovrebbero essere mai separate, mai un bene contro l’altro. Perché questo crea disunità. Perché chi vede solo una parte del problema, si batterà per quella parte. Come quando noi vediamo la luna, ne vediamo una parte.
Però dobbiamo considerare che se io mi batto per il posto di lavoro, io non posso lavorare in qualsiasi condizione, come diceva l’operaio prima. Questo non vuol dire che sono destinato a perdere il lavoro. Forse sono costretto a battermi sul posto di lavoro. Questo sì, questo è lo sforzo che io sono destinato a fare. Siccome i lavoratori di sforzi ne fanno tanti, tutti quanti lavoriamo e lavoriamo sodo, non è una cosa estranea alla natura del lavoratore fare fatica, per avere il tutto. Questo va bene. Fare fatica solo per ottenere un risultato parziale può essere preludio alla sconfitta completa.

Quindi noi siamo qua per una serie di ragioni.
La prima ragione è proprio per la specificità dell’ambiente di lavoro, dove opero, che vede il nostro Istituto impegnato nella cura di quelle persone che vengono colpite da tumore, anche a seguito di contaminazione, a seguito di condizioni negative sul posto di lavoro e di disastro ambientale. Queste cose vengono sempre perseguite a favore della logica del profitto. Ho conosciuto diverse persone malate di Mesiotelioma Pleurico che venivano da Casale Monferrato, che venivano anche dalla Puglia e che dopo una vita di lavoro si trovavano in un letto destinati a morire.
Un’altra ragione per cui sono qui è perché da quando è scoppiato questo caso, molti tarantini, e in particolare le donne, hanno denunciato abbiano denunciato di come la gente di Taranto, e del sud in generale per curarsi è costretta a venire al Nord, il cosiddetto fenomeno dei “Viaggi della speranza”.
Ma proprio di Milano, la Lombardia Regione della Sanità con l’eccellenza, ultimamente se ne sta parlando in termini di scandali: lo scandalo dell’Ospedale San Raffaele, lo scandalo dell’Istituto Maugeri. E anche il nostro Istituto. Si parlava anni fa di trasferire il nostro Istituto in un’altra area più congeniale, dopo tanti anni sono finiti a proporre, di costruirlo sopra il terreno dell’Acciaieria ex Falk. Quindi noi avremmo sotto le fondamenta 150anni di siderurgia pesante, un’area altamente inquinata. E lì noi andiamo a fare un “nuovo” Istituto Tumori? Cosa completamente assurda! Oltretutto il nostro Istituto non avrebbe motivo di essere ristrutturato, perché per l’80% in buone condizioni. Però questa è la Sanità in Lombardia. Non a caso il precedente proprietario del San Raffaele, don Verzé, pensava di creare qua a Taranto il più grande Polo Sanitario del Mediterraneo. Questi progetti calati dall’alto non hanno niente di genuino, di autentico nella programmazione della cura e dell’assistenza alla popolazione, ma pensano solo ad investire del Capitale, perseguendo sempre la logica del profitto. E così sarebbe stato a Taranto.
Noi come Slai cobas sdc dell’Istituto Nazionale dei Tumori ci siamo già impegnati in altre iniziative, tra cui quella a sostegno dell’Ilva di Taranto. Abbiamo comunicato e sensibilizzato, facendo parte di un Coordinamento Sanità in Lotta milanese, tutto il Coordinamento a sostenere la battaglia che si sta conducendo all’Ilva, a Taranto. Abbiamo promosso un presidio sotto la Sede Legale nazionale dell’Ilva, che ha sede a Milano. Lo stesso Ferrante, Presidente dell’Ilva, noi di Milano lo conosciamo bene. Prima è stato Prefetto di Milano, dopo di ché è stato anche candidato a Sindaco per il centro-sinistra. Quindi è stato sempre un soggetto politico molto “ben disposto” a curare gli interessi padronali. Quindi il fatto che noi l’avessimo conosciuto e che il centro-sinistra si fosse così appoggiato sulla sua figura dice come politicamente in Italia abbiamo una situazione in cui c’è poco da sperare in una coalizione anziché un’altra.
Purtroppo, la differenza la potrebbero fare i lavoratori, dico purtroppo perché non la vedo di facile realizzazione.
I lavoratori che si prendono la responsabilità di condurre direttamente la battaglia che non può più essere delegata a delle RSU che si sono rivelate fallimentari nella gestione di questi anni. Noi all’INT viviamo una situazione di carenza di personale e abbiamo la RSU che addirittura appoggia i doppi turni, fregandosene della stessa legge sulla Sicurezza. Questo perché la carenza d’organico oggi non è più un “problema”, oggi la carenza d’organico non “esisterebbe” più dal momento che io ti faccio lavorare saltando il turno di riposo, pagandoti una Libera Professione. E tu sei ben “contento” di farlo. Però così ho diviso i lavoratori, e ho messo da parte la sicurezza, a cui già il lavoratore ci pensa meno, quando per lui è diventato prioritario pagare la rata del mutuo.

Per quanto detto noi rilanceremo questo percorso unitario, necessario, di lotta, invitando ad aderire e contribuire alla Rete Nazionale per la sicurezza sui posti di lavoro, affinché si vinca a Taranto come a Milano, e da ogni altra parte.

VENEZIA-MARGHERA


Il coordinamento provinciale di Slai Cobas per il Sindacato di Classe di Venezia-Marghera, si unisce solidarmente alla lotta degli operai ILVA.
Ritiene sempre di più necessario portare la lotta per il posto di lavoro e per i diritti e le retribuzioni dei lavoratori, ad un livello di critica generale che va fatta e praticata con sempre maggiore unità e consapevolezza di classe perchè il marciume e la degradazione del sistema capitalistico che vengono sempre più alla luce possano essere scacciati e le nostre città e il nostro Paese liberato da questo fango e dai padroni che ne sono la più “squisita” essenza, con tutti i loro servi e servitorelli, in primis la concertazione operata dai falsi sindacali, perchè sono LORO, che guastano tutto ed impediscono ai lavoratori una vita ed una esistenza dignitosa e salutare.

lunedì 28 gennaio 2013

Video sulla situazione Ilva Taranto


http://www.youtube.com/watch?v=3RzNIktL378&feature=youtu.be

video sulla situazione ILVA TARANTO, estratto dall'assemblea della rete nazionale sicurezza tenutasi a Bergamo il 18 gennaio 2013.

Interventi all'assemblea della Rete a Taranto: ambientalisti della Lombardia e di Taranto e lavoratori del cimitero vicino l'Ilva


EZIO CORRADI
COORDINAMENTO DEI COMITATI AMBIENTALISTI DELLA LOMBARDIA


Grazie, saluto tutti i presenti e porto una testimonianza di vicinanza ai problemi della città di Taranto.
Mi son sentito in dovere di partecipare a questa iniziativa soprattutto per esprimere una solidarietà viva alla Magistratura tarantina e ai Pubblici Ministeri che con coraggio stanno affrontando questo problema dell’Ilva.
Non è un problema semplice, ci rendiamo conto, ma sono troppi anni che questa situazione non viene mai affrontata. E’ chiaro chi non la vuole affrontare è ben consapevole dei rischi che fa affrontare alla popolazione. Per cui queste decisioni dovevano essere prese prima, e quello che noi vediamo verificarsi nel vostro territorio, lo vediamo, anche, nel territorio della Lombardia.
Abbiamo il caso esemplare della Caffaro di Brescia; a Mantova abbiamo problemi col Petrolchimico; a Cremona un’Acciaieria, l’Arvedi, è stata potenziata come produzione senza nessuna valutazione d’impatto ambientale, è stata potenziata in mezzo a due paesi. E quindi si rincorrono le stesse modalità, le stesse situazioni che, purtroppo, si verificano anche nel vostro territorio, anche se in maniera minore.

Allora il problema è a questo punto a che cosa servono le Istituzioni se non tutelano i cittadini? A cosa serve un Ministro dell’Ambiente se non mette in atto tutte le iniziative per tutelare la salute dei cittadini? Qui voi avete il grosso problema Ilva, dalle nostre parti sta esplodendo la problematica degli stoccaggi di Metano. Con centrali d’immissione del Metano nel sottosuolo che bruciano metano e quindi producono inquinamento e fumi a 6/700° in una Pianura già inquinata di suo. Allora quello che di grave succede è che il Ministro dell’Ambiente non dice nulla sul fatto che per gli stoccaggi di metano vengono utilizzati e proposti anche posti con sismicità conclamata.
La Pianura Padana non è una tavola senza rischi. NO! Nella pianura padana ci sono pesanti situazioni di sismicità che vengono anche provocati dagli stoccaggi. Basti pensare che nella sola Lombardia, per non parlare dell’Emilia, ci sono 116 Comuni coinvolti in questi progetti, con circa 1 milione di persone. I cittadini sono del tutto non informati; i Comuni non hanno, spesso, la documentazione. Si va col passa parola, con il fatto di farsi illustrare da tecnici delle Società di Stoccaggio quello che dovrebbero essere i progetti. E’ una cosa francamente indecente, da Terzo Mondo, perché nemmeno nel delta del Niger succede più!
E’ ora che smettiamo di subire un certo modello di sviluppo, che di sviluppo poi non ne porta. Subiamo le conseguenze come cittadini e francamente mi disturba che alte cariche dello Stato si pentano di aver fatto l’Ilva dopo quello che fa l’Ilva adesso, quando l’hanno promossa nei decenni passati. Mi disturba il fatto che lo Stato non tuteli a sufficienza la salute dei cittadini.
Il problema della salute e tutela del territorio è un problema che riguarda il Nord come il Sud. E quindi c’è la necessità che queste problematiche vengano tirate fuori, portate alla luce del sole.
Qui in Italia siamo, purtroppo, di fronte a una mancanza di pianificazione territoriale seria. A una mancanza di una tutela e cultura dell’ambiente, per il quale la cultura del lavoro e la cultura dell’ambiente devono marciare assieme. La Salute non è un bene mediabile.
Le conseguenze le sapete bene anche voi. Anche da noi ci sono persone che soffrono e pagano pesantemente la situazione ambientale, che noi stessi come persone, come uomini, come società abbiamo creato. Allora sono queste le cose che devono venire fuori.
Non può una società come l’ENI, come l’Astosi, predisporre o fare spezzoni di progetti di Metanodotto, da Massafra a Minerbio, a 200Km per volta e a ogni pezzo richiedere la BIA. Senza invece considerare il fatto, come è giusto che sia, che sia un progetto unitario, unico. Lo stesso succede da noi. Quando alla fine vediamo che i progetti coincidono e portano, tutti, in un gigantesco stoccaggio. Le cose sono tenute nascoste, come se fossero segreti incredibili. Noi ci troviamo ad avere sulle spalle, promossi dai grandi importatori di metano, miliardi e miliardi di metri/cubi di metano appena al di sopra delle nostre necessità. Dal 2008 ad oggi il calo è stato del 10% del consumo e l’importazione è addirittura moltiplicato. Un giornale del 2006 diceva che l’Eni avrebbe avuto a disposizione metano da bruciare fino al 2035. Una Società che, a questo punto, non si sa bene, se detiene le necessità energetiche del Paese o ha in mente di fare altre cose.
Quando il Piano Energetico Nazionale ci pone l’esigenza che il nostro Paese diventi l’HUB dell’Europa del Sud del metano, è per rivenderlo a Francia-Spagna-Grecia-Slovenia-Croazia-Bosnia? Francamente si resta perplessi nel cercare di capire qual è il destino energetico del nostro Paese, quali sono veramente gli scenari. Qui nessuno ci dice che in effetti sono le società che importano di meno e sversano di più, praticamente sfruttando le risorse non rinnovabili e sfruttando il nostro territorio, devastando il nostro territorio. Gli stoccaggi che vi ho detto, sono situati in parchi naturali, in zone tutelate dal punto di vista ambientale.
Quindi è una situazione, francamente, che non ci aiuta a crescere come paese civile e, soprattutto, non aiuta ad uscire da questa crisi.

VINCENZO CONTE
AMBIENTALISTI STATTE (TA)


La situazione all’Ilva è esemplare. Nel ’95, sotto l’allora presidente del Consiglio Dini, si regalò a Riva lo stabilimento di Taranto, per una cifra che oggi sarebbe circa 800 milioni di euro, una miseria, e, quel che è peggio, il salario operaio da allora non è aumentato quasi per niente.
Non solo al privato viene regalata l’Ilva, ma quando arriva si riprende dai lavoratori tutto quello che avevano conquistato nei precedenti anni di lotte, trovando la piena collaborazione dei sindacati confederali, che accentuarono ancora di più il loro atteggiamento di collaborazione col padrone.
Un esempio per tutti: sull’orario di lavoro dei normalisti. I lavoratori dell’allora Italsider avevano conquistato il diritto a timbrare l’entrata e l’uscita ai cancelli, una 20 di minuti prima di arrivare in reparto e 30-40 minuti dopo che l’avevano lasciato, avendo il tempo di cambiarsi e fare la doccia, tempo che era incluso nell’orario di lavoro. Riva impose invece la timbratura in entrata e in uscita già in reparto riprendendosi a costo zero quel tempo e prolungando di fatto l’orario di lavoro di un’ora secca!
Se il sindacato volesse davvero riprendere la difesa dei lavoratori, ecco che questa sarebbe una delle prime questioni da cui partire.
È solo un esempio per far capire che cosa è successo in quella fabbrica. Un altro esempio: la palazzina LAF, il reparto confino per cui Riva è stato condannato per mobbing fino all’ultimo grado di giudizio, con condanna a 1 anno e 2 mesi.
Questa azienda aveva messo su tutto un sistema che in questi giorni le inchieste stanno drammaticamente portando alla luce. Un sistema che ruotava intorno alla figura del dott. Archinà, un personaggio che anch’io ho conosciuto nel periodo in cui sono stato amministratore al Comune di Statte e in cui questo signore era di casa al Municipio di Statte. Infatti le discariche di rifiuti speciali Ilva insistono tutte sul territorio del Comune di Statte, come anche una parte dello stabilimento, e sono discariche che io ho denunciato essere completamente fuori controllo, dove non si rispetta nessuna prescrizione, dove ci sono aree da anni sotto sequestro.
Dunque l’Archinà quasi tutti giorni si aggirava nei corridoi del Comune, per avere garanzie di continuare a gestire quelle discariche fuori controllo da quella parte politica che oggi l’inchiesta sta portando bene alla luce. Ma non solo il Comune di Statte è stato coinvolto nel sistema Riva-Archinà, credo che lo stesso Palazzo di giustizia ne sia stato inquinato, a partire dagli avvocati fino ai magistrati, non si spiegherebbe perché, altrimenti, per anni tutti i ricorsi e le cause intentati dai lavoratori sono stati regolarmente persi.
Dunque era tutto un sistema con cui erano collusi sindacati e istituzioni senza esclusioni, e che oggi in parte sta venendo alla luce.
Dall’altra parte c’è una città oggi profondamente divisa, se ne è avuta un’idea anche dagli interventi che mi hanno preceduto. Una città in cui, come già detto, si vive una vera emergenza sanitaria. Non solo per la dimensione della devastazione dell’ambiente e del danno alla salute della gente che vi abita, ma anche per la carenza di strutture sanitarie sullo stesso territorio, dove diversi reparti e ospedali sono stati recentemente chiusi.
Su questo si è pronunciato il presidente della repubblica, che secondo me recita a soggetto: il giorno prima firma il decreto Salva-Riva, il giorno dopo dice che la sanità non può essere un lusso per i cittadini italiani. Venga a Taranto e vedere se la sanità è un lusso o no  per i tarantini!
Nelle scorse settimane è venuto in città il ministro della Sanità e ha presentato lo studio epidemiologico che dimostra la relazione tra inquinamento e patologie presenti sul nostro territorio. Quello studio dice che il picco di malattie si avrà nel 2020, ma già oggi le patologie legate all’amianto sono aumentate del 400%. Se consideriamo che tutto l’amianto smaltito all’interno per le bonifiche dopo il ’92 è stato stoccato nelle discariche speciali che dicevo prima, da cui quando c’è vento forte si alza una nube che investe lo stabilimento, il quartiere Tamburi, Statte e tutta la città di Taranto, si capisce bene che pericolo siano quelle polveri.


dai LAVORATORI DEL CIMITERO - TARANTO
Coop. L’ANCORA


Vi saluto tutti a nome anche dei colleghi che non sono potuti venire o restare fino a quest’ora.
Lavoriamo al cimitero di Taranto, che significa stare fisicamente a ridosso e a stretto contatto con l’Ilva, a poche decine di metri. Sono tante le polveri che respiriamo, anche e soprattutto nelle ore notturne, il sabato e la domenica, quando all’Ilva approfittano per emettere a più non posso, quando è più difficile accorgersene e che ci siano controlli.
Questa è la realtà che vivo giornalmente con i miei colleghi e possiamo anche documentarlo tangibilmente con filmati che abbiamo realizzato in questi anni. Lavoriamo in una situazione di assoluta criticità. Condizioni che abbiamo in comune con chi vive al quartiere Tamburi.
Nella sentenza del riesame emessa a conferma della ordinanza del Giudice Todisco si scrive: ”la gravissima situazione di inquinamento, prodottasi con la contaminazione della vasta area .... tra i comuni di Taranto e Statte, causata dall’attività del siderurgico e dalle sue emissioni incontrollate e incontrollabili, oltre che da quelle autorizzate di polveri e fumi, si accompagna ad una allarmante compromissione ambientale delle aree urbane - immediatamente e visivamente percepibile nei rioni a ridosso del siderurgico, in particolare nel quartiere Tamburi e nella zona del Cimitero di San Brunone massicciamente ricoperti (imbrattati) di una coltre di polveri ferrose di colore rossastro... che ha determinato un gravissimo e ormai insostenibile rischio sanitario”.
Noi lavoratori cimiteriali da 15-20 anni ogni giorno per almeno 6 ore all’aria aperta e sollevando tanta polvere, pulendo e tumulando ecc, ci esponiamo quindi a queste sostanze inquinanti, con gravi evidenti danni alla nostra salute passata, presente e temiamo soprattutto futuro.
Ora diciamo basta e siamo pronti a mobilitarci. Con lo Slai cobas stiamo portando giornalmente avanti la lotta contro queste condizioni, tra l’altro in una situazione in cui sono morti per patologie riconducibili alle condizioni di lavoro un nostro collega e il direttore del cimitero urbano. Abbiamo avuto anche noi i nostri morti, e questo ci accomuna ancora di più alla lotta degli operai dell’Ilva.

Riccardo Antonini: "Perché non ho mollato …"



Oggi era in programma l’udienza per la firma del “Verbale di Conciliazione Giudiziale” sulla mia reintegrazione. L’Ad delle ferrovie Moretti ha firmato, il sottoscritto No perché si tratta di un verbale che mette in discussione la dignità e la coscienza del sottoscritto. Se e quando rientrerò in ferrovia, questo sarà in piedi e a testa alta, non in ginocchio e con il cappello in mano, come vorrebbe il sig. Moretti.
Questa mattina ho assunto responsabilmente e coerentemente la difficile decisione di non sottoscrivere quel verbale per salvaguardare la mia dignità. Non era possibile sottoscrivere un documento che nega la verità, non era possibile sottostare a questo ricatto. Non si può, sempre e comunque, barattare la dignità. La strage di Viareggio non si compra, non si baratta, non si svende.
Il sig. Moretti pensava di incassare un “risultato” da spendere contro i lavoratori impegnati su sicurezza e salute e contro i familiari dell’immane tragedia di Viareggio oltre a farne una inutile e falsa strumentalizzazione politica. Forse non ha ancora capito che ‘Viareggio’ non sta sul mercato e non è disponibile a subire alcun tipo di ricatto o di compravendita.
In questi mesi ho mostrato profondo senso di responsabilità accettando la proposta di conciliazione del giudice del 5 luglio 2011 (respinta dalle ferrovie) ed ancora con la proposta di conciliazione presentata questa mattina nella quale non pretendo dal sig. Moretti di riconoscere l’opera di denigrazione, di ricatto, di minaccia, di provocazione attuata nei miei confronti da quando sono impegnato in questa battaglia per sicurezza, verità e giustizia.
La forza per proseguire questa lotta la ricevo da numerosi familiari presenti anche al presidio di martedì 22 gennaio a Lucca.
Saputo di quanto accaduto questa mattina, un familiare a me molto caro mi ha inviato questo sms: “Ciao Riccardo, hai scelto la strada più difficile per te e per la tua famiglia, ma hai anche scelto l’unica che può cambiare questo sistema. Ti ringrazio a nome mio e della mia famiglia. Un abbraccio”.
       
24 gennaio 2013                                                                                         riccardo antonini

Viareggio -solidarietà con Riccardo Antonini




Lo avevano licenziato perché si era offerto come "perito di parte" dei
familiari delle vittime della strage di Viareggio. Poi le Fs gli avavenao
proposto una "transazione": ti riassumiamo se lasci perdere. Ma lui non ha
firmato: si andrà a processo.

La lettera inviata da Riccardo a famiiari, macchinisti, strutture di
movimento.

"Ho preferito non barattare la mia dignità con il reintegro al lavoro":
Riccardo Antonini non ha firmato l'accordo di conciliazione proposto da
Ferrovie dello Stato e continua la vertenza contro Mauro Moretti che ne
aveva disposto il licenziamento due anni fa, per aver sostenuto come
consulente tecnico, nell'incidente probatorio del processo sulla strage di
Viareggio, uno dei familiari delle 32 vittime e la Cgil. Già fissata la
prossima udienza: l'11 marzo alle 10, al tribunale di Lucca.

"Era un accordo al ribasso - ha spiegato Antonini - il mio licenziamento
veniva convertito in due sospensioni da 10 giorni ciascuna; in cambio,
dovevo ammettere di aver tenuto un comportamento grave e offensivo nei
confronti di Moretti. Non me la sono sentita". I fatti si riferivano sia
alla consulenza gratuita sia alle critiche rivolte da Antonini all'Ad di Fs,
durante una manifestazione del Pd a Genova.

Ha ammesso di aver trascorso la notte in bianco, Antonini, riflettendo su
quella proposta che per alcuni versi ricorda l'accordo offerto (e accettato)
da Dante De Angelis, altro ferroviere licenziato per aver criticato la
sicurezza della circolazione ferroviaria.

"Non me la sono sentita di barattare la mia dignità per 20 mila euro - ha
dichiarato - non so se ho sbagliato ma questa è la mia decisione e sono
convinto di quello che ho fatto. Partirò in posizione di svantaggio, al
processo, perché ho rifiutato la conciliazione. Vedremo a chi daranno
ragione i fatti".

Già fissata la prossima udienza, in cui il processo entrerà nel vivo: l'11
marzo alle 10, al tribunale di Lucca, sfileranno davanti al giudice Luigi
Nannipieri testimoni di Fs e Antonini. Poi si andrà a sentenza.

da QuiVersilia.it