*Processo Eternit, è morto De Cartier. Scoppia il caso dei risarcimenti alle vittime*
Il barone belga è deceduto la notte scorsa, aveva 91 anni. Era
stato condannato in primo grado assieme al miliardario svizzero il
miliardario svizzero Stephan Schmidheiny
//di FEDERICA CRAVERO e SARAH MARTINENGHI//
Cade uno dei tasselli del processo Eternit. È morto infatti la notte
scorsa il barone belga Louis De Cartier, uno dei due imputati del mega
procedimento per le vittime dell'amianto (l'altro è il miliardario
svizzero Stephan Schmidheiny), di cui si sta celebrando il secondo grado
alla corte d'appello di Torino e la cui sentenza è prevista per il 3
giugno. Nel febbraio del 2012 In primo grado il barone era stato
condannato a 16 anni per disastro ambientale doloso. Solo a Casale
Monferrato, dove la multinazionale aveva lo stabilimento italiano più
grande, si contano quasiduemila morti per amianto. Nell'udienza del
processo d'appello dello scorso 13 marzo, il pm Raffaele Guariniello, in
una requisitoria durata tre ore, ne aveva chiesto la condanna a 20 anni
di reclusione.
De Cartier, che aveva 92 anni, ha vissuto l'ultimo periodo della sua
vita in una villa in Belgio. Fu amministratore delegato dal 1966 al 1978
della multinazionale Eternit, che in Italia aveva quattro stabilimenti,
e fu poi presidente del consiglio d'amministrazione fino al 1986.
La notizia del decesso del barone belga Louis De Cartier non è ancora
stata notificata ufficialmente agli uffici giudiziari. E tuttavia questo
fatto non avrà ripercussioni sull'esito del processo penale, giunto alle
ultime battute, e che continuerà per l'altro imputato, mentre verrà
stralciata solamente la posizione di De Cartier. Eppure la morte del
magnate potrebbe sollevare diverse questioni sui risarcimenti alle parti
civili.
"È una notizia che ci colpisce --- commenta Bruno Pesce, coordinatore
dell'Afeva, l'associazione dei familiari delle vittime dell'amianto ---
anche perché arriva a pochi giorni dalla sentenza. Ma noi continueremo
ad andare avanti. Non per accanimento, ma per dovere. Il numero delle
vittime è destinato a salire ancora. Abbiamo cinquanta nuovi malati ogni
anno".
Per quel che riguarda gli indennizzi alle parti civili, continua Pesce,
"i nostri legali per adesso, ritengono che resteranno validi gli
obblighi della società Etex, quella direttamente riconducibile a De
Cartier, anche se forse sarà necessaria una causa civile. Il nostro
messaggio, comunque, è di tenere duro e di continuare su questa strada.
Il problema dell'amianto è di portata mondiale. Miete più vittime degli
infortuni sul lavoro, ma molti Paesi continuano a produrlo ed
impiegarlo. Il processo di Torino è un tentativo del nostro Stato, del
nostro sistema, di creare giustizia anche a costo di scomodare interessi
enormi".
Il difensore di De Cartier Cesare Zaccone spiega: "Produrrò un
certificato di morte alla corte - sottoliena l'avvocato - la quale a
quel punto dichiarerà che il reato è estinto per morte del reo, viene
meno tutto anche disposizioni civili, gli eredi però mantengono la
responsabilità nel caso in cui le vittime facciano una causa in civile".
Rimane in piedi anche la responsabilità della sua società, la Etex".
Altro aspetto riguarda l'effettività possibilità da partye delle vittie
di ottenere il becco di un quattrino. Le proprietà delle parti sotto
accusa sono infatti tutte all'estero, praticamente impossibili da
sequestrare
De Cartier era stato condannato a sedici anni di carcere e a versare
circa 80 milioni di provvisionale (ma una quota era a carico di una
delle società della galassia Eternit, la Etex) alle parti civili.
L'avvocato Zaccone ha sempre sostenuto l'estraneità del suo assistito ai
fatti contestati.
*(21 maggio 2013)*
bastamortesullavoro
mercoledì 22 maggio 2013
Amianto: a Cremona presentazione moratoria discariche al Consiglio regionale
Venerdì 24 maggio, alle ore 17.30, a Cremona, presso il CISVOL in via S.Bernardo 2, angolo via Brescia, si terrà la conferenza stampa di presentazione della richiesta al Consiglio regionale lombardo di moratoria delle discariche di amianto in corso di approvazione, e di revisione di quelle già concesse. Questa iniziativa è conseguente alla nuova risoluzione del Parlamento Europeo del 14 marzo scorso relativa alle minacce per la salute sul luogo di lavoro legate all'amianto e le prospettive di eliminazione di tutto l'amianto esistente.
La d.ssa Mariella Megna, di Cittadini contro l'amianto, illustrerà nel dettaglio la richiesta di moratoria e la risoluzione del Parlamento Europeo in cui si afferma che il conferimento dei rifiuti di amianto in discarica non é il sistema più sicuro per eliminare definitivamente il rilascio di fibre di amianto nell'ambiente e che risulta di gran lunga preferibile optare per impianti di inertizzazione dell'amianto.
Saranno presenti anche i rappresentanti degli altri comitati lombardi che hanno aderito all'iniziativa.
La conferenza stampa é aperta al pubblico.
Cordiali saluti
Francesca Rodella per Cittadini contro l'amianto
Cittadini contro l'amianto
nodiscaricadiamianto@yahoo.it - 3389875898 -
La d.ssa Mariella Megna, di Cittadini contro l'amianto, illustrerà nel dettaglio la richiesta di moratoria e la risoluzione del Parlamento Europeo in cui si afferma che il conferimento dei rifiuti di amianto in discarica non é il sistema più sicuro per eliminare definitivamente il rilascio di fibre di amianto nell'ambiente e che risulta di gran lunga preferibile optare per impianti di inertizzazione dell'amianto.
Saranno presenti anche i rappresentanti degli altri comitati lombardi che hanno aderito all'iniziativa.
La conferenza stampa é aperta al pubblico.
Cordiali saluti
Francesca Rodella per Cittadini contro l'amianto
Cittadini contro l'amianto
nodiscaricadiamianto@yahoo.it - 3389875898 -
Casale Monferrato Appello Eternit: 3 giugno udienza finale
Casale Monferrato Appello
Eternit: "no" alla ridiscussione delle parti civili
La decisione è stata è presa con un'ordinanza dopo la camera di consiglio a
seguito della richiesta della difesa. Prossima udienza lunedì 27 maggio.
Intanto è stato presentato alla libreria "Il Labirinto di via Benvenuto
Sangiorgio il libro "Amianto, una storia operaia" di Luigi Prunotti Stampa
CASALE MONFERRATO - E' confermato: il 3 giugno la Corte d'Appello entrerà in
camera di consiglio per pronunciare la sentenza di secondo grado per il
processo Eternit. Lunedì 20 maggio la difesa delle società civilmente
responsabili in solido con i due condannati in primo grado, lo svizzero
Stephan Schmidheiny (Amindus ed altre) ed il belga De Cartier De
Marchienne, ha chiesto, in sede di replica, di ridiscutere la posizione
delle parti civili. Si trattava di una richiesta, ovviamente,
finalizzata a prendere tempo ed a rimescolare le carte. Ma siccome nella
fase delle conclusioni del processo, in sede di replica si può
intervenire soltanto su argomenti che siano già stati trattati (e questo
la difesa dell'Afeva e di altre parti civili non lo aveva fatto per una
precisa scelta processuale) sia il pubblico ministero Sara Panelli, sia
l'avvocato dell'Afeva Sergio Bonetto hanno sollevato un'eccezione.
La Corte d'Appello è così entrata in camera di consiglio respingendo la
richiesta.
Lunedì prossimo, 27 maggio, tocca invece alla difesa dei due imputati. Poi si
andrà verso la conclusione di un processo comunque complesso che sciverà
la parola fine al secondo grado dopo solo 3 mesi e mezzo di aula.
Nella serata di martedì, invece, alla libreria Il Labirinto di via Benvenuto
San Giorgio a Casale si è tenuta l'annunciata presentazione del libro
"Amianto, una storia operaia" con l'intervento dell'autore Luigi
Prunotti, di Bruno Pesce dell'Afeva e di un esponente dell'associazione
Voci della Memoria.
Eternit: "no" alla ridiscussione delle parti civili
La decisione è stata è presa con un'ordinanza dopo la camera di consiglio a
seguito della richiesta della difesa. Prossima udienza lunedì 27 maggio.
Intanto è stato presentato alla libreria "Il Labirinto di via Benvenuto
Sangiorgio il libro "Amianto, una storia operaia" di Luigi Prunotti Stampa
CASALE MONFERRATO - E' confermato: il 3 giugno la Corte d'Appello entrerà in
camera di consiglio per pronunciare la sentenza di secondo grado per il
processo Eternit. Lunedì 20 maggio la difesa delle società civilmente
responsabili in solido con i due condannati in primo grado, lo svizzero
Stephan Schmidheiny (Amindus ed altre) ed il belga De Cartier De
Marchienne, ha chiesto, in sede di replica, di ridiscutere la posizione
delle parti civili. Si trattava di una richiesta, ovviamente,
finalizzata a prendere tempo ed a rimescolare le carte. Ma siccome nella
fase delle conclusioni del processo, in sede di replica si può
intervenire soltanto su argomenti che siano già stati trattati (e questo
la difesa dell'Afeva e di altre parti civili non lo aveva fatto per una
precisa scelta processuale) sia il pubblico ministero Sara Panelli, sia
l'avvocato dell'Afeva Sergio Bonetto hanno sollevato un'eccezione.
La Corte d'Appello è così entrata in camera di consiglio respingendo la
richiesta.
Lunedì prossimo, 27 maggio, tocca invece alla difesa dei due imputati. Poi si
andrà verso la conclusione di un processo comunque complesso che sciverà
la parola fine al secondo grado dopo solo 3 mesi e mezzo di aula.
Nella serata di martedì, invece, alla libreria Il Labirinto di via Benvenuto
San Giorgio a Casale si è tenuta l'annunciata presentazione del libro
"Amianto, una storia operaia" con l'intervento dell'autore Luigi
Prunotti, di Bruno Pesce dell'Afeva e di un esponente dell'associazione
Voci della Memoria.
venerdì 17 maggio 2013
Alessandria, morti sul lavoro
Non sempre tragiche fatalità
Molto spesso gli incidenti sul lavoro vengono classificati
come “tragiche fatalità”. Troppo spesso sulle colonne del nostro giornale
siamo costretti a darvi notizia di un ennesimo incidente sul lavoro,
spesso con esiti mortali come quello accaduto la scorsa settimana a Tassarolo.
Ormai, forse, qualcuno non ci fa neppure pi caso. Ma spesso, forse, questi incidenti possono essere evitati con una corretta applicazione delle norme di sicurezza sul lavoro.
Spetterà alla magistratura indagare su quanto accaduto, come sempre. Intanto a noi
vengono in mente alcune domande, che giriamo ai nostri lettori.
Come mai la linea elettrica su cui il 45enne Molruz Ruci stava lavorando era
sotto tensione? Si tratta di una prassi abituale oppure si scelto di non
interrompere l’erogazione del servizio elettrico per altri motivi?
Ruci stava lavorando solo, come riportato da alcuni testimoni? consentito
lavorare da soli in cima a una scala senza avere un collega che aiuta a
tenerla in posizione?
Che tipo di intervento stava eseguendo la ditta Cuneese per cui lavorava la vittima dell’incidente? Perchè l’Enel, anzichè fare il lavoro direttamente con le proprie maestranze, ha deciso di affidare ad altra ditta l’intervento?
La ditta aveva le competenze necessarie, ma soprattutto Ruci aveva la formazione sulla sicurezza necessaria per lavorare su di una linea sotto tensione?
Infine, la povera vittima aveva in dotazione tutti i dispositivi di protezione
individuale necessari per il lavoro? Li stava usando?Abbiamo parlato con
alcune persone che sono state testimoni di questo evento, e ci sono
venute in mente queste domande.
Ci piacerebbe che questo caso non venisse catalogato, ancora una volta, come una “tragica fatalità” di cui rimasto vittima l’ennesimo lavoratore straniero nel nostro paese.
L’elettricità da sempre sinonimo di progresso. Nel 2013, mentre
manovriamo robot che esplorano Marte, ci pare anacronistico morire
fulminati in cima a un palo della luce. Ma forse, in questo caso,
necessario “fare luce”, e non elettrica.
Molto spesso gli incidenti sul lavoro vengono classificati
come “tragiche fatalità”. Troppo spesso sulle colonne del nostro giornale
siamo costretti a darvi notizia di un ennesimo incidente sul lavoro,
spesso con esiti mortali come quello accaduto la scorsa settimana a Tassarolo.
Ormai, forse, qualcuno non ci fa neppure pi caso. Ma spesso, forse, questi incidenti possono essere evitati con una corretta applicazione delle norme di sicurezza sul lavoro.
Spetterà alla magistratura indagare su quanto accaduto, come sempre. Intanto a noi
vengono in mente alcune domande, che giriamo ai nostri lettori.
Come mai la linea elettrica su cui il 45enne Molruz Ruci stava lavorando era
sotto tensione? Si tratta di una prassi abituale oppure si scelto di non
interrompere l’erogazione del servizio elettrico per altri motivi?
Ruci stava lavorando solo, come riportato da alcuni testimoni? consentito
lavorare da soli in cima a una scala senza avere un collega che aiuta a
tenerla in posizione?
Che tipo di intervento stava eseguendo la ditta Cuneese per cui lavorava la vittima dell’incidente? Perchè l’Enel, anzichè fare il lavoro direttamente con le proprie maestranze, ha deciso di affidare ad altra ditta l’intervento?
La ditta aveva le competenze necessarie, ma soprattutto Ruci aveva la formazione sulla sicurezza necessaria per lavorare su di una linea sotto tensione?
Infine, la povera vittima aveva in dotazione tutti i dispositivi di protezione
individuale necessari per il lavoro? Li stava usando?Abbiamo parlato con
alcune persone che sono state testimoni di questo evento, e ci sono
venute in mente queste domande.
Ci piacerebbe che questo caso non venisse catalogato, ancora una volta, come una “tragica fatalità” di cui rimasto vittima l’ennesimo lavoratore straniero nel nostro paese.
L’elettricità da sempre sinonimo di progresso. Nel 2013, mentre
manovriamo robot che esplorano Marte, ci pare anacronistico morire
fulminati in cima a un palo della luce. Ma forse, in questo caso,
necessario “fare luce”, e non elettrica.
Quando il lavoro uccide
di Pasquale Notargiacomo
Infortuni sul lavoro, controlli inadeguati. Pochi ispettori e leggi inapplicate.
Un sistema pieno di difetti, contraddizioni e scontri tra poteri. Parla
Beniamino Deidda, uno dei magistrati più esperti nella materia: "Lo Stato ha
praticamente rinunciato alla potestà punitiva". Eppure si tratta di reati
anche gravi, omicidio compreso. Un'azienda può sperare di non essere mai
controllata in tutta la sua esistenza
ROMA
Controlli irrisori, affidati a personale numericamente esiguo. Ritardi
nell'applicazione della normativa, spesso per una convivenza difficile tra
le istituzioni affidatarie della materia. Un apparato repressivo inadeguato
all'entità del fenomeno. Si possono riassumere così, le mancanze principali
del sistema della vigilanza in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro. La
competenza in materia spetta, dall'avvento della riforma sanitaria del 1978
(applicata a partire dal 1982), ai servizi di prevenzione delle Asl a cui
sono state affidate le funzioni prima appartenenti agli Ispettorati
provinciali del Lavoro. Il ministero è tornato nuovamente organo di
vigilanza, con una deroga soltanto per il settore dell'edilizia, dal 1997.
Questo passaggio di consegne, che ha instaurato di fatto un sistema duale,
non è avvenuto senza strascichi e ancora oggi non sempre la collaborazione è
delle migliori. "I controlli sono sempre stati percepiti più come un potere
che come un servizio. Per questo il ministero non si è mai rassegnato a
questa perdita di competenze - commenta Beniamino Deidda, già Procuratore
Generale di Firenze e tra i massimi esperti di sicurezza sul lavoro - e ha
sempre cercato di rosicchiare competenze alle Regioni. Così ci troviamo di
fronte a ricorrenti tentazioni del Ministero di creare un corpo di
vigilantes, non saprei come altro chiamarli, staccati dalla prevenzione".
"Comitati pletorici"
Per migliorare la situazione, il D.Lgs.81/08 ha previsto, tra le occasioni
di coordinamento, (all'articolo 5) il "Comitato per l'indirizzo e la
valutazione delle politiche attive e per il coordinamento nazionale delle
attività di vigilanza in materia di salute e sicurezza sul lavoro", a cui
spetta un ruolo di cabina di regia nazionale presso il Ministero della
Salute. A dispetto del nome altisonante la sua attività finora non è stata
così intensa. "Diciamo che non lo vediamo così dinamico." - sottolinea
Oreste Tofani, presidente della Commissione d'inchiesta sugli infortuni del
Senato - che a riguardo, come si dirà più avanti, ha elaborato una sua
proposta. A questo primo organo fa da contraltare la "Commissione Consultiva
permanente per la Salute e la Sicurezza sul lavoro", che si trova invece
presso il Ministero del Lavoro. Anche in questo caso la partenza non è stata
fulminante. Tra i compiti che il Testo Unico del 2008 aveva assegnato a
quest'altra commissione figurava la redazione, entro e non oltre il 31
dicembre 2010, delle procedure standardizzate per la valutazione dei rischi
delle imprese. Un compito il cui completamento effettivo è avvenuto con un
decreto interministeriale del 30 novembre 2012.
Regioni in ritardo
Oltre a queste due strutture nazionali, un'altra delle novità principali del
TU 61/2008 riguardava l'istituzione di Comitati regionali. Un processo che
però non è stato lineare. Anzi, spesso, è partito a macchia di leopardo. Tra
regione e regione, come riportato dall'ultimo rapporto della Conferenza
delle Regioni e delle province autonome, relativo all'anno 2010,
l'insediamento è avvenuto anche ad anni di distanza. Gli ultimi partiti, in
Sardegna a gennaio 2011 e in Calabria a settembre 2011, al momento della
pubblicazione del rapporto non avevano ancora tenuto riunioni né fatto
attività di pianificazione. Mentre, ad esempio, la struttura omologa in
Lombardia risultava attiva dal 20/04/08 e si era già riunita 12 volte. "Sono
comitati pletorici, caratterizzati da forti tensioni e disaccordi e non
producono un programma di prevenzione a cui tutti si attengono" - è il
giudizio netto di Deidda. Difficoltà di cui riferisce anche la Commissione
d'inchiesta del Senato. "Come noto si tratta di una materia concorrente tra
Stato e Regioni. Ma questa dualità non favorisce e crea sicuramente dei
problemi" - è il pensiero del presidente Oreste Tofani (Pdl) - "Abbiamo
regioni che procedono con una certa dinamicità e altre che non hanno lo
stesso ritmo".
Controlli irrisori
Il Patto Stato Regioni ha fissato al 5% la soglia minima delle aziende da
ispezionare. Un obiettivo raggiunto (secondo il rapporto citato) soltanto in
14 regioni, con una percentuale media dell'intero Paese che si attesta al
6,6%. In totale, nel 2010, sono state 162.525 le aziende (sommando tutti i
comparti produttivi) visitate dalle Asl, con un numero di violazioni di
53.939, pari a circa un terzo. Non si può dimenticare che l'intera platea in
Italia conta oltre due milioni di imprese con dipendenti. Una sproporzione
che diventa ancora più evidente in determinati settori: la percentuale di
aziende agricole ispezionate è di appena lo 0,37%, con la punta massima in
Lombardia del 2,67%.
Pochi ispettori
Va da sé che la missione dei 4.730 operatori della Asl (di cui soltanto
2.851 con qualifica di polizia giudiziaria, e quindi in grado di prendere
notizie di reato, applicare le prescrizioni e svolgere, se necessario,
indagini) è quantomeno proibitiva. Pur sommando a questi, per il settore
dell'edilizia, i circa 300 ispettori tecnici del Ministero del Lavoro (gli
altri 3mila hanno soltanto funzioni amministrative) più le 423 unità
dell'Arma dei Carabinieri (che li affiancano in alcune operazioni) la
sproporzione resta evidente. Così come non appaiono motivate le critiche di
chi denuncia una frequente sovrapposizione tra i due organi di vigilanza
(peraltro possibile soltanto in edilizia). "In alcune regioni i colleghi
sono davvero quattro gatti", - ammette Vincenzo Di Nucci, presidente
dell'Aitep (associazione italiana tecnici della prevenzione) e in servizio
presso la Asl Roma G - "Con questi numeri le imprese hanno la quasi certezza
di non ricevere mai un controllo durante la loro intera esistenza". Chi
invece lo riceve ed eventualmente incorre nelle sanzioni, può beneficiare
dell'istituto della prescrizione obbligatoria, prevista dal D.Lgs.758/94: un
atto di polizia giudiziaria per il quale il contravventore può estinguere il
reato adempiendo alle prescrizioni e pagando un quarto dell'ammenda massima.
"E' l'unico caso in cui lo Stato rinuncia alla potestà punitiva." - spiega
Deidda - "Non avviene neanche per il furto di una mela. In questo caso viene
sacrificata in vista del raggiungimento di un bene giuridico nobile: la
salute e la sicurezza dei lavoratori". Uno scambio particolarmente
vantaggioso per il contravventore, che infatti nella quali totalità dei casi
(più del 90%, secondo i dati delle Asl) provvede a mettersi in regola.
Norme non applicate
Resta il fatto che 95 aziende su 100 (nella peggiore delle ipotesi) hanno la
ragionevole speranza di non essere visitate dagli organi di vigilanza. Una
mancanza che finisce per aggravare un'altra distorsione cronica del sistema.
"Nel nostro paese" - spiega Deidda - "la legislazione non è mai stata più
indietro degli altri paesi. Ma un conto è fare buone leggi, un conto è
tradurle in vita vissuta. Soltanto qui da noi si è assistito per quasi
cinquant'anni a una sistematica disapplicazione della medesima norma. I
testi sono rimasti a lungo intonsi". E' il caso dei D.P.R. del 1955/56. La
prima "rivoluzione" è avvenuta con il D.Lgs.626/94 (che ha recepito
le direttive comunitarie in materia) e successivamente con il Testo Unico
D.Lgs.81/08 approvato dal già dimissionario governo Prodi (anche se a
cambiarne l'impianto sono intervenute le modifiche all'apparato
sanzionatorio apportate dal D.Lgs.106/09, per le quali è stata aperta una
procedura d'infrazione europea ai danni dell'Italia).
Magistratura impreparata
Nella mancata efficacia del processo repressivo pesano anche le
responsabilità degli uffici giudiziari. "La magistratura tradizionalmente si
è accostata con una certa indifferenza ai reati in materia della sicurezza
dei lavoratori" - ammette Deidda -. "Ancora oggi stenta ad attrezzarsi: sono
pochi i tribunali con gruppetti specializzati". Il risultato è un quadro
preoccupante, messo in luce anche dal Csm in una ricerca del 2009 sulle 165
Procure e tribunali italiani. In base alle risposte pervenute, solo 18
Procure hanno gruppi specializzati mentre 49 hanno specializzazioni in capo
a un singolo magistrato. Situazione anche peggiore tra i tribunali: solo uno
ha giudici specialisti cui vengono assegnati i processi per infortunio o
malattia professionale. "Io stesso ho fatto un esperimento: chiedere ai
Procuratori di varie zone d'Italia, di dirmi quanti infortuni, quante
decisioni, quante assoluzioni registrassero. La risposta generalizzata è
stata: non siamo in grado di saperlo, perché spesso non siamo in grado di
distinguere a registro generale tra i numeri degli incidenti sul lavoro e
gli altri tipi di lesioni colpose. In quale altro settore accade? Ecco La
magistratura è in queste condizioni". Una situazione che si ripercuote sui
procedimenti: "Mediamente circa il 10% degli infortuni è perseguibile
d'ufficio. Le Procure perseguono appena un quarto di questo 10%.
Personalmente ritengo che ci vorrebbe un gruppo di magistrati specializzati
in ogni parte d'Italia, invece di correre dietro alla Superprocura, come
sento fare da alcuni". Appare necessario anche migliorare l'interazione tra
tutti i soggetti interessati per la gestione delle notizie di reato che
spesso sfuggono agli uffici giudiziari. "In Toscana abbiamo inaugurato un
apposito protocollo con tutti gli attori del settore (percorso simile a
quello seguito in Piemonte, non a caso le due regioni più all'avanguardia su
questo terreno ndr)".
Il DDL Tofani
Tra chi invece sostiene l'istituzione di un ufficio giudiziario centrale per
questo tipo di reati c'è il senatore Tofani. Un'ipotesi vagliata dalla
Commissione d'inchiesta, che ha ascoltato tra gli altri i Procuratori di
Torino Guariniello e Caselli (per la loro esperienza nel processo Thyssen,
ritenuto una svolta fondamentale nella materia). Superprocura a parte, il 21
novembre scorso, il senatore del Pdl ha presentato un ddl per l'istituzione
di un'agenzia Nazionale per la sicurezza sul Lavoro: "Ci vuole un soggetto
che abbia una missione specifica. Al sistema manca un tassello. E noi lo
l'abbiamo immaginato in quest'organo. Pensiamo di trasformare il
Coordinamento nazionale in un'agenzia con il tandem dei ministeri e la
rappresentanza delle regioni". Un tentativo che sembra rientrare nell'ottica
di riavvicinare al livello statale la competenza sulla materia e di cui non
sembra dispiaciuto il ministero del Lavoro. "Lo sdoppiamento attuale fa sì
che dobbiamo avere una serie di strutture di coordinamento che a volte non
funzionano al meglio" - spiega Giuseppe Piegari, responsabile Coordinamento
vigilanza tecnica del Ministero del Lavoro, - "perché farle funzionare non è
semplice. Per il ministero è molto più facile coordinare i nostri ispettori.
Mentre il sistema delle regioni è più difficile da governare: non abbiamo
nemmeno una uniformità da un punto di vista di nomenclatura". Insomma
un'altra puntata della querelle tra Ministero e Regioni.
Proroga nel silenzio
In tutto questo, è passata, invece, sotto silenzio l'ennesima proroga,
decisa nell'ultima Legge di Stabilità (uno degli atti finali del Governo
Monti), per l'autocertificazione della valutazione dei rischi delle imprese
che occupano fino a 10 lavoratori. Una norma che doveva decadere in origine
il 30 giugno 2012, successivamente il 31 dicembre 2012 ed è stata ora
prolungata fino al 30 giugno 2013. Lo strumento, pensato per il tessuto
sociale delle aziende italiane (con il 95% che ha, appunto, meno di 10
dipendenti), era nato per agevolare i datori di lavoro, consentendogli una
procedura più snella per autocertificare le prassi della propria impresa in
materia di sicurezza. Il risultato è stato però un altro. "Nella maggior
parte dei casi, ci trovo scritto: nel mio posto di lavoro ho valutato i
rischi ed è tutto a posto", spiega Di Nucci, "Spesso si compilano in maniera
superficiale, con i consulenti a cui ci si rivolge, che per alcune centinaia
di euro, fanno al massimo le fotocopie di lavori fatti in precedenza".
Un'anomalia che non può essere sottovalutata, visto che si calcola che nel
2010 circa l'80% degli infortuni mortali sia avvenuto proprio nelle aziende
medio piccole.
http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2013/01/07/news/infortuni_controlli-49858270/
Casale Monferrato: il problema dell'amianto visto a 360 gradi
Molti interventi alla tavola rotonda "Essere cittadini a Casale: responsabilità, scelte e impegno sul tema dell'amianto". Gli allievi del Leardi hanno presentato il progetto "Per un futuro senza amianto", mentre i ragazzi del liceo scientifico Palli il lavoro "La stima del rischio nel territorio casalese" e quelli del Sobrero la relazione "Amianto: eterno indagato"
Vivere, lavorare o studiare a Casale Monferrato oggi vuole dire avere a che fare con un problema drammatico, l'amianto. E vuole dire anche fare delle scelte in termini di impegno, insomma essere cittadini a tutto tondo. La problematica è stata sviscerata dalle varie
angolazioni in un interessante tavola rotonta che si è svolta all'Istituto superiore Leardi nell'ambito del progetto "Scuole insieme - Casale oltre l'amianto".
Mentre il sindaco Giorgio Demezzi ha parlato della situazione attuale, Riccardo Coppo ha rievocato come si viveva il problema nel 1987 quando lo mise fuori legge dal territorio
con un'ordinanza, mentre Piero Capra Marzani, già primario di Medicina al Santo Spirito ha commentato i dati relativi al mesotelioma nel secolo scorso.
mercoledì 15 maggio 2013
16 lavoratori morti in soli 2 giorni lavorativi
Una strage di lavoratori in soli due giorni, sono 16 i lavoratori morti in
soli 2 giorni, oltre ai 7 morti di Genova e i due dispersi, sono morti in
diversi parti d'Italia altri 7 lavoratori, nell'industria, nei servizi, in
altri porti, in agricoltura. Ma quello che impressiona è la nostra politica
( di qualsiasi colore) che sembra ignorare completamente queste tragedie,
non affrontando seriamente questi problemi che non dovrebbero farli dormire
la notte. Si parla di diarie dai nuovi venuti ( ma Grillo aveva messo come
prioritario il problema delle morti sul lavoro, recitando anche una poesia
su queste tragedie?). Il PDL che si preoccupa solo dei problemi giudiziari
di Berlusconi, il PD impegnato a come autodistruggersi meglio e pensando
solo all'assetto del partito. Nel frattempo continuano a morire tantissimi
lavoratori. Noi dal 2008 monitoriamo e continuiamo a tempestare di mail la
politica e i media, ma è un lavoro inutile, si parla con un muro di gomma,
basterebbe poco, un pò d'interesse del parlamento con leggi semplici, poco
costose e mirate per dimezzare il numero di morti e portarli allo stesso
numero degli altri paesi europei. E i cittadini sono ben consapevoli di
questo, ogni giorno si collegano al sito dell'Osservatorio a centinaia,
guardano le nostre statistiche non "taroccate" e si commuovono per tutte
queste vittime, ma la nostra classe dirigente NO, regna il silenzio più
assoluto e si indignano solo quando ci sono casi come quelli di Genova,
mentre sono loro i principali responsabili disinteressandosi del problema.
Sono oltre mille ogni anno quelli che perdono la vita per pochi euro al
mese. Ma il lavoro e i lavoratori non interessano più a nessuno e chi
lavora è trattato da "utile idiota", che viene ricordato solo quando ci
sono le elezioni. E' ora di cominciare una vera rivoluzione civile che
parta dal basso e che rimetta al centro della politica il lavoro
dipendente, che non ha più rappresentanza politica. Carlo Soricelli
curatore dell'Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro htttp://
cadutisullavoro.blogspot.com
Un omaggio a queste ultime vittime
Daniele Frantantonio Michele Robazza Davide Morella Maurizio
Potenza Sergio
Basso Marco De Candusso Giuseppe Tusa Gianni Jacoviello (disperso)
Francesco
Cetrola (disperso) Andrea Casagrande Giuseppe Mastrullo Ruci Nouruz
Fernando
Belli Piergiuseppe Zanesi Massimo Vianello Giovanni Cornacchia
soli 2 giorni, oltre ai 7 morti di Genova e i due dispersi, sono morti in
diversi parti d'Italia altri 7 lavoratori, nell'industria, nei servizi, in
altri porti, in agricoltura. Ma quello che impressiona è la nostra politica
( di qualsiasi colore) che sembra ignorare completamente queste tragedie,
non affrontando seriamente questi problemi che non dovrebbero farli dormire
la notte. Si parla di diarie dai nuovi venuti ( ma Grillo aveva messo come
prioritario il problema delle morti sul lavoro, recitando anche una poesia
su queste tragedie?). Il PDL che si preoccupa solo dei problemi giudiziari
di Berlusconi, il PD impegnato a come autodistruggersi meglio e pensando
solo all'assetto del partito. Nel frattempo continuano a morire tantissimi
lavoratori. Noi dal 2008 monitoriamo e continuiamo a tempestare di mail la
politica e i media, ma è un lavoro inutile, si parla con un muro di gomma,
basterebbe poco, un pò d'interesse del parlamento con leggi semplici, poco
costose e mirate per dimezzare il numero di morti e portarli allo stesso
numero degli altri paesi europei. E i cittadini sono ben consapevoli di
questo, ogni giorno si collegano al sito dell'Osservatorio a centinaia,
guardano le nostre statistiche non "taroccate" e si commuovono per tutte
queste vittime, ma la nostra classe dirigente NO, regna il silenzio più
assoluto e si indignano solo quando ci sono casi come quelli di Genova,
mentre sono loro i principali responsabili disinteressandosi del problema.
Sono oltre mille ogni anno quelli che perdono la vita per pochi euro al
mese. Ma il lavoro e i lavoratori non interessano più a nessuno e chi
lavora è trattato da "utile idiota", che viene ricordato solo quando ci
sono le elezioni. E' ora di cominciare una vera rivoluzione civile che
parta dal basso e che rimetta al centro della politica il lavoro
dipendente, che non ha più rappresentanza politica. Carlo Soricelli
curatore dell'Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro htttp://
cadutisullavoro.blogspot.com
Un omaggio a queste ultime vittime
Daniele Frantantonio Michele Robazza Davide Morella Maurizio
Potenza Sergio
Basso Marco De Candusso Giuseppe Tusa Gianni Jacoviello (disperso)
Francesco
Cetrola (disperso) Andrea Casagrande Giuseppe Mastrullo Ruci Nouruz
Fernando
Belli Piergiuseppe Zanesi Massimo Vianello Giovanni Cornacchia
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