lunedì 11 novembre 2013

Umbria Olii. La Cassazione ristabilisca la verità


di  Marco Bazzoni


Umbria Olii. La Cassazione ristabilisca la verità

Giuseppe Coletti, Tullio Mottini,  Vladimir Todhe, Maurizio Manili meritano rispetto



FIRENZE - Noi c'eravamo (insieme ad altri amici che si occupano di sicurezza sul lavoro da anni), alla Fiaccolata del 19 Luglio 2008, per ricordare i 4 operai morti nella strage della Umbria Olii Di Campello sul Clitunno (PG) il 25 Novembre del 2006.

La sentenza emessa dalla Corte di Appello di Perugia 8 Novembre 2013 ci ha lasciati sconcertati, perchè oltre a ridurre la pena all'ex AD Giorgio del Papa da 7 anni e 6 mesi a 5 anni e 4 mesi, ha dato un terzo di concorso di colpa alla ditta  esterna Manili Impianti dove lavoravano titolare e 3 operai morti carbonizzati nell'esplosione. Questa sentenza lascia   l'amaro in bocca e sinceramente si fa fatica a capirla. E' una sentenza che rischia di creare un precedente molto pericoloso se non verrà ribaltata in Cassazione. L'ex AD della Umbria Olii Giorgio Del Papa, ha fatto di tutto in questi anni per non venire processato: ha denunciato i periti del tribunale che avevano redatto una perizia a lui avversa, e l'assicurazione Unipol che av eva liquidato i quattro lavoratori morti assolvendoli da qualsiasi responsabilità, ha ricusato il Gip a otto giorni dall'udienza dell'11 Luglio 2008 (sapendo che la Procura di Spoleto l'avrebbe rinviato quasi sicuramente a giudizio).

Infine, ha fatto la cosa più vergognosa di tutte (che ha fatto indignare l'Italia intera), cioè, ha chiesto in sede civile, oltre 35 milioni di euro di danni a familiari delle vittime. Per sua sfortuna il giudice Fornaci aveva annullato la perizia su cui si basava questa richiesta di maxi risarcimento, perchè irregolare (ovviamente Del Papa ha ricusato pure lui). Scaricare una parte della colpa sulla ditta appaltatrice come è accaduto con la sentenza di appello, quindi sui 4 operai morti, lo trovo raccapricciante.

Del Papa sapeva benissimo che quei silos contenevano un gas altamente esplosivo (esano), ma dubito avesse avvertito la ditta Manili. La dittà Manili pensava di avere a che fare con semplice olio di oliva e non poteva sapere assolutamente che dentro a quei silos ci fosse invece olio di sansa e gas esano, che è una miscela esplosiva, che ha provocato la morte dei 4 operai (compreso il titolare della ditta Manili).

Se l'avessero saputo, siamo sicuri al 100% che non si sarebbero trovati a lavorare lassù! C'è da auspicare che la Cassazione ristabilisca la verità e ridia a Giuseppe Coletti, Tullio Mottini, Vladimir Todhe, Maurizio Manili, il rispetto che si meritano.  Ai loro famigliari va invece tutta la  solidarietà umana e civile.



Agenzie interinali, gli stipendi dei precari che finiscono nelle casse dei sindacati

A Ravenna la Rete nazionale per la sicurezza sul lavoro e nei territori lo ha già denunciato occupando la sede dell'Agenzia interinale Intempo in mano alla CGIL che ha mandato a morire al Porto di Ravenna il giovane operaio Luca Vertullo. E per questo gli attivisti sono stati denunciati e subiranno un processo.

Rilanciamo la mobilitazione per la chiusura di queste agenzie della morte nella giornata del 14 novembre

 

 


Il Fatto Quotidiano

Agenzie interinali, gli stipendi dei precari che finiscono nelle casse dei sindacati

I versamenti a Cgil, Cisl e Uil costituiscono il "sostegno alle rappresentanze sindacali unitarie". Dicono di avere usato quei soldi, più di due milioni di euro nel 2012, per migliorare, tra l'altro, le regole su parità di trattamento, controlli e strumenti di sostegno al reddito. Ma la retribuzione dei 500mila che hanno sottoscritto il contratto di somministrazione lavoro non è ancora adeguata a quella dei dipendenti "normali"
di Salvatore Cannavò | 11 novembre 2013

Agenzie interinali, gli stipendi dei precari che finiscono nelle casse dei sindacati


Quando in un contratto a guadagnarci sono soprattutto i sindacati le cose non funzionano come dovrebbero. Soprattutto se la prima firma di quel contratto è quella di Guglielmo Epifani (nel 2008, insieme a Bonanni e Angeletti). Eppure, leggendo tra le pieghe del “Contratto collettivo delle agenzie di somministrazione di lavoro”, le vecchie agenzie interinali, si scopre che viene previsto un trasferimento di denaro ai sindacati come “sostegno al sistema di rappresentanza sindacale unitaria”. Stiamo parlando di circa 2 milioni di euro l’anno corrisposti, ormai, dal 2002.

Potenza di un settore complicato come il lavoro super-precario, quello della somministrazione, dove non c’è un rapporto a due, dipendente-datore di lavoro, ma a tre: lavoratore, agenzia di somministrazione, impresa utilizzatrice. L’agenzia svolge una funzione di mediazione assumendo direttamente il dipendente e poi “prestandolo” all’impresa che ne fa richiesta generalmente per un contratto a tempo determinato. Stiamo parlando di oltre mezzo milione di persone (dati 2011 di Assolavoro, l’associazione datoriale delle Agenzie) per circa la metà collocate nell’industria manifatturiera (52%) e per il resto suddivise tra Servizi alle imprese e informatica (17%), Commercio (11%), Pubblica amministrazione, sanità e istruzione (9%) e tanti altri settori.

Il sistema è stato introdotto nel 1997 dall’allora ministro Treu e riformato dal centrodestra con la “legge Biagi” nel 2003. Anche questo comparto viene regolato da un Contratto collettivo nazionale siglato, per le agenzie, da Assolavoro e, per il sindacato, dal Nidil-Cgil, Felsa-Cisl, Uil-Temp. Trattandosi di un comparto fortemente spezzettato, con lavoratori che non prestano servizio presso il proprio specifico datore di lavoro (le agenzie) ma presso imprese disseminate sul territorio, non ci sono delegati sindacali di azienda o di fabbrica, ma direttamente nominati dal sindacato.

Per questo tipo di attività sindacale, già nel contratto del 2002, si stabilì che le organizzazioni firmatarie beneficiavano di un contributo pari a un’ora ogni 1700 lavorate, dal valore di 7,75 euro l’ora. Nel 2008 quel valore è stato innalzato a 10 euro l’ora. Facciamo due conti: nel 2011 sono state lavorate 316 milioni di ore. Facendo il dovuto rapporto se ne ricavano 1,8 milioni di euro trasferiti ai sindacati. Nel nuovo contratto del settembre 2013, si è migliorato ancora: il compenso verrà corrisposto per un’ora ogni 1500 lavorate. Un aumento del 13% che si somma al 30% precedente. Le ore complessive del 2012 sono diminuite a 302 milioni, ma l’importo suddiviso tra i tre sindacati è salito a 2 milioni.

Cosa fanno i sindacati con quei soldi? “Secondo una delibera del nostro comitato direttivo – spiega al Fatto Claudio Treves, segretario generale del Nidil Cgil –, il 70% è destinato a finanziare i nostri progetti territoriali”. Guardando il bilancio del sindacato di categoria, il più grande dei tre, non sembra sia così. Nel 2012 le entrate per “contributi sindacali” ammontano a 719.505 euro euro mentre alla voce “contributi a strutture” troviamo la somma di 301.842 euro. In realtà i fondi per “progetti territoriali” sono ancora di meno, 212.500 pari al 29,5% di quanto incassato. Il resto dei costi del sindacato è assorbito da spese per attività, spese generali e, soprattutto, spese per il personale e le collaborazioni: 760.122 euro. Complessivamente, il bilancio è in perdita per 286.274 euro.

Il Nidil parla di massima trasparenza dei fondi, ma non è chiaro se tutti i lavoratori conoscano il meccanismo. Per quanto riguarda gli stessi lavoratori i vantaggi della rappresentanza sono contestati. Il sindacato rivendica di aver finora “migliorato le regole circa la parità di trattamento sindacale, i controlli, gli strumenti di sostegno al reddito (maternità, disoccupazione), etc”. Un ex sindacalista che ha seguito il settore, però, ci fa notare come nel sistema di retribuzione dei lavoratori somministrati si nasconda un particolare che penalizza proprio questi ultimi.

La legge, infatti, prevede per gli interinali “un trattamento non inferiore a quello cui hanno diritto i dipendenti di pari livello dell’impresa utilizzatrice”. Questo principio fino al 2008 era ribadito con l’applicazione agli interinali dello stesso divisore contrattuale (il coefficiente che misura la paga oraria) che si applica ai contratti di categoria nella quale vengono inviati in missione. Nel contratto del 2008, invece, è stato introdotto un divisore contrattuale specifico per i lavoratori in somministrazione. Quando questo equivale a quello degli altri contratti (mediamente è così) non c’è problema. Ma quando il lavoratore si trova a fare i conti con divisori che nelle singole categorie rendono le paghe orarie più alte di quella di cui egli può beneficiare, il lavoratore viene svantaggiato. Accade così nel Commercio, nei Trasporti, nella Pubblica amministrazione, nell’Istruzione o nella Sanità, e in altri ancora. La differenza di salario per il lavoratore è minima, pochi centesimi. “Nessun lavoratore – spiega ancora l’ex sindacalista – intenterebbe una vertenza per pochi spiccioli con la prospettiva di perdere il lavoro”. Quei pochi centesimi moltiplicati per le decine di milioni di ore lavorate, però, possono portare a risparmi per le Agenzie nell’ordine di 10 o 20 milioni di euro l’anno. Nulla di illegale. Solo una delle tante contraddizioni che agitano il sindacato. Non a caso, in Cgil si è aperta una discussione sull’utilità o meno di un sindacato come il Nidil.

Da Il Fatto Quotidiano del 6 novembre 2013
LA REPLICA DELLA CGIL: “INVESTIAMO IL 70% IN PROGETTI TERRITORIALI”
In merito a quanto pubblicato il 6 novembre sul Fatto Quotidiano nell’articolo, “I sindacati guadagnano sulle spalle dei precari”, a firma di Salvatore Cannavò, mi preme sottolineare quanto segue. La contribuzione al sostegno alla rappresentanza sindacale, introdotta nel Ccnl del 2002 e aggiornata con l’ipotesi d’accordo dello scorso 27 settembre, ha lo scopo – ci pare legittimo – di sostenere l’attività del sindacato per la tutela di persone, quali i lavoratori somministrati, la cui durata dei rapporti non supera, in media, i 45 giorni. Per questo il costo è stato posto a carico delle agenzie e indirizzato all’ente bilaterale di settore, che lo riversa alle organizzazioni sindacali del settore. Si è trattato della mutualizzazione di un istituto che proprio la natura del lavoro in somministrazione rende di fatto difficilmente esigibile. NIdiL-Cgil pertanto ha deciso con delibera del proprio comitato direttivo che il 70% di tali somme fossero a disposizione di progetti di insediamento e rafforzamento delle strutture territoriali; che non vi sia corrispondenza con il dato di bilancio – curiosamente in possesso vostro – deriva dal numero di progetti presentati. Quanto ai giudizi dell’ignoto “ex sindacalista di categoria” segnaliamo, come spiegato nella conversazione avuta con l’autore dell’articolo ma non riportato nel testo, che il principio di parità di trattamento è stato rafforzato con il recente rinnovo contrattuale. Infine, riteniamo offensivi e pesantemente lesivi dell’immagine del sindacato sia il titolo che la chiusa dell’articolo, in cui si fa balenare l’idea che da un lato NidiL non difenda i lavoratori dagli abusi e dall’altro si arricchisca con dazioni delle agenzie, e “per questo” qualcuno in Cgil stia pensando di “cancellare NidiL”. D’altro canto, a corretta tutela della nostra immagine abbiamo già dato mandato legale per una querela nei vostri confronti.
Claudio Treves, segretario generale NidiL-Cgil

Le uniche deduzioni sono quelle fatte in questa lettera. Noi, come al solito, ci siamo limitati a riferire fatti, non contestati, compresa la versione del sindacato anche se il suo segretario, per impegni di lavoro, ha potuto dedicarci solo otto minuti. Anche la chiusa dell’articolo, lungi da “far balenare” idee offensive, si basa su fatti come il documento congressuale della minoranza Cgil in cui, nel 2010, si leggeva che “l’esperienza di Nidil ha fatto il suo tempo” (Sc).



lunedì 4 novembre 2013

PROCESSO SOLVAY: UDIENZA DEL 4 NOVEMBRE


L'udienza odierna - che arriva dopo quasi quattro mesi dall'ultima, a causa
dei problemi di salute di alcuni giudici popolari - è dedicata all'ascolto
degli otto testimoni presenti sulle liste del responsabile civile Edison,
attuale incarnazione dell'Ausimont.
I primi due sono i signori Mario Roldi e Giorgio Pasquin; si tratta di due
ex capo manutentori dei servizi ausiliari dello stabilimento di spinetta
Marengo: il primo nel periodo dal 1974 al 1992, l'altro - suo successore -
fino al 2004.
Il primo, su domanda dell'avvocato Baccarezza Boi (difesa Tommasi) asserisce
che, a sua memoria, il pozzo otto - quello da cui veniva normalmente attinta
l'acqua per uso potabile - non ha mai dato problemi in relazione alla
qualità; successivamente, su sollecitazione del pm Riccardo Ghio, sarà
costretto ad ammettere l'esistenza di un pozzo di riserva (il numero due),
che entrava in funzione in caso di problemi all'altro.
Dal canto suo, il secondo - sempre a proposito dello stesso tema di prova -
precisa quale fosse la cadenza degli interventi alla rete idrica ed a quella
antincendio: nel primo caso dodici all'anno, otto/nove nel secondo; è
evidente che, in queste occasioni, non è possibile affermare (come invece
aveva fatto il Roldi) con assoluta certezza l'assenza di problemi di
potabilità.
Questo anche a causa delle perdite dalle condutture - quantificate dal primo
teste nell'ordine dell'uno per cento - e dall'alto peziometrico evidenziato
dalla relazione, datata 1989, del geologo dottor Mauro Molinari (del quale
nessuno sembra ricordare, così come 'stranamente' accade per gli interventi
del Consiglio di Fabbrica in merito al problema delle perdite di cui sopra).
E' interessante segnalare l'intervento, sul finire della seconda
deposizione, di una persona del pubblico che sbotta: "sta dicendo un fracco
di bugie", ottenendo come risultato la cacciata dall'aula da parte della
presidente Sandra Casacci.
Dopo circa venti minuti di pausa, è la volta del signor Giuseppe Fugazza,
responsabile dell'impianto di Algofrene dal 1979 al 1996; questi sostiene
che, nel periodo di sua competenza, l'azienda ha provveduto a mettere in
atto svariati accorgimenti - che in parte verranno esplicitati, anche
specificando l'iter di approvazione ed attuazione, dal successivo teste
Ermanno Manfrin, responsabile della programmazione della manutenzione dal
1989 al 2009 - per limitare le perdite di liquidi verso la falda
sottostante.
Insomma: senza volere, costui conferma che le condutture del suo reparto
scaricavano direttamente le acque di lavorazione nel terreno, pur anche se
limita il fenomeno alle perdite dei tubi.
E sempre da questo deriverebbe anche l'esistenza di acqua più calda nella
zona dell'alto peziometrico: circa cinque gradi in più rispetto alla
temperatura del resto della falda.
Le ultime quattro audizioni - Massimo Ambanelli, Oscarino Corti, Pio De
Iorio, e Giuseppe Astarita - si occupano di precisare l'organizzazione
aziendale; lo fanno, in particolare, specificando come i vari responsabili
di settore potevano proporre investimenti, e persino farne di loro sponte:
ma solo fino ad una certa cifra, oltre la quale l'unico che aveva potere
decisionale era l'ad Carlo Cogliati.Alessandria, 04 novembre 2013
Stefano Ghio - Rete sicurezza

Muore operaio travolto da carico




COSENZA - Un operaio di 53 anni, Palmiro Montalto, è deceduto a seguito di un incidente sul lavoro. Il fatto è avvenuto a Corigliano Calabro (Cs), in un'azienda che si trova nella zona industriale. L'operaio, che era originario di San Giorgio Albanese, è stato travolto da un carico di ferro, trasportato da un muletto.




Finisce nella macina trita-pietre: muore un operaio di 53 anni

all’AZIENDA profacta DI BUFFALORA (BRESCIA)
Finisce nella macina trita-pietre: muore un operaio di 53 anni
Morti sul lavoro, piaga senza fine nel Bresciano: la quinta vittima
in 14 giorni, la 18esima da inizio anno


Il mulino dove è caduta la vittima (Foto Campanelli)Il mulino dove è caduta la vittima (Foto Campanelli)
Sembra non avere fine la piaga degli infortuni sul lavoro, di cui la provincia di Brescia detiene un triste record. Questa mattina, poco dopo le dieci, si è registrata la 18esima vittima da inizio anno, la quinta delle ultime due settimane. Un operaio di 53 anni è finito in un mulino per la macina delle pietre nella cava Profacta di via Cerca, in città (zona Buffalora).


Una morte orribile: l’uomo è salito sul mulino per controllare il corretto funzionamento del macchinario , che si era inceppato. All’improvviso è scivolato, probabilmente dopo essere stato colpito da una barra di ferro. Immediato l’intervento dei colleghi, che hanno tentato di spegnere il macchinario. Troppo tardi. Inutile anche l’intervento dei vigili del fuoco e dei sanitari del 118..



Ilva Taranto a un anno dalla morte di Marsella

Claudio Marsella operaio del Mof - la sua morte deve essere importante non
vana

Un anno fa moriva Claudio Marsella, operaio del MOF. Possiamo dire da un
lato che è morto invano e dall'altro che la sua morte è stata molto
importante.
E' morto invano per padron Riva, Ferrante, Bondi, dirigenti e capi
inquisiti, alcuni ancora al loro posto; è morto invano per gli infami
sindacalisti confederali che hanno firmato l'accordo che lo ha ucciso e
hanno continuato a difenderlo anche dopo la morte di Claudio.
Sappiano costoro che in una maniera o nell'altra, prima o poi, pagheranno
caro, pagheranno tutto! E speriamo non solo nella aule del tribunale dove ci
dovrebbero stare tutti come imputati, sia nel processo generale che nel
processo particolare.

Ma non è morto invano, Claudio Marsella vive nel grande sciopero che i suoi
compagni di lavoro hanno fatto per 15 giorni, cosa mai vista all'Ilva di
Taranto, una pagina nuova di vera storia in questi due anni terribili; non è
morto invano per gli operai e quelli dello Slai cobas che hanno sostenuto la
lotta, fatto piattaforme, denunce, esposti, manifestazioni di piazza, quella
nazionale promossa dall'Usb a cui lo Slai cobas ha aderito e partecipato e
quella della Rete nazionale per la sicurezza e la salute sui posti di lavoro
e territori del 22 marzo; non è chiaramente morto invano per quei suoi
compagni di lavoro che si sono organizzati nel sindacalismo di base, l'Usb
in questo caso e finora, rompendo coraggiosamente con il clima di
sudditanza, servilismo, mancanza di dignità di quei tanti, troppi operai che
non hanno osato farlo e hanno lasciato il pallino della fabbrica nelle mani
dei servi dei padroni.
Anche questa è una pagina nuova che si è aperta in questa fabbrica, anche se
Riva e Bondi cercano di farla pagare, ultimamente con il licenziamento
dell'operaio del Mof Marco Zanframundo.

Detto questo, però, altro bisogna aggiungere.
Per noi Claudio Marsella è come se fosse morto ieri perchè tuttora sono
impuniti i responsabili, tuttora gli operai del Mof non hanno vinto, la loro
piattaforma non stata accolta, tuttora la scelta del sindacalismo di base,
giusta e necessaria, non è stata sufficiente a ridare ai lavoratori uno
strumento reale per ricostruire, anche in nome di Claudio, un effettivo
sindacato di classe dentro l'Ilva, non basato sui personaggi che oggi stanno
con te e poi tradiscono ma basato sui cobas che sono altra cosa da l'Usb.
Così evidentemente la sfida della Rete nazionale del 22 marzo non è stata
raccolta da operai, organizzazioni, cittadini dei quartieri per un reale
braccio di ferro che riesca ad imporre condizioni di salute e sicurezza, per
cui non ci siano più ragazzi, operai, come Claudio, Francesco, Ciro, che
muoiono. Questa sfida è aperta, ma la lotta attuale è inadeguata e la
battaglia è prolungata,

Infine, NON SI MUORE PER IL LAVORO, NON SI MUORE PER I PROFITTI DEI PADRONI,
non si muore per un sistema in cui la vita degli operai sta all'ultimo
posto.
E' il sistema del capitale, Stato, governi, comando di fabbrica che deve
essere abbattuto. E questo domanda non una semplice lotta sindacale con il
sindacato buono, ma la lotta per il potere operaio che scaturisce da una
vera rivoluzione proletaria.
Onorare la morte di Claudio significa tutto questo non di meno.
Pubblicato da tarantocontro

13 novembre: inizia il processo per la strage di Viareggio

OGGETTO: INIZIO PROCESSO STRAGE VIAREGGIO

Cari,

il prossimo 13 novembre inizierà il processo per la strage ferroviaria di
Viareggio del 29 giugno 2009; 32 morti nella asicurezza delle loro case,
decine di feriti che porteranno addosso per tutta la vita i segni di quella
notte, un intero quartiere distrutto, un'intera città ferita.

Finalmente, dopo oltre 52 mesi, inizia il percorso che dovrà portare alla
GIUSTIZIA, anche se la giustizia dei tribunali non è mai la giustizia VERA,
ma perlomeno quella dobbiamo avere, per poter piangere più serenamente i
nostri cari.

Chiediamo per quel giorno la vostra SOLIDARIETA' CONCRETA, la vostra
presenza fisica accanto a noi, nel giorno che darà il via ad un percorso
lungo e doloroso ma necessario, come ci insegnate.

Vi chiediamo di essere insieme a noi il 13 novembre con i vostri striscioni,
faremo un piccolo corteo a piedi fino all'entrata del Polo Fieristico (poche
centinaia di metri), dove si svolgerà il processo, per chiedere VERITA' E
GIUSTIZIA per Viareggio e per tutte le nostre stragi.

Consapevoli come voi che l'unione, la solidarietà sono armi meravigliose
contro ogni sopruso, vi aspettiamo e vi ringraziamo.

Un abbraccio a tutti

Per l'associazione

La presidente

Daniela Rombi