Grave un 60enne di Urgnano
21 gennaio 2013 Cronaca
Grave infortunio sul lavoro a Urgnano. Un uomo di 60 anni è rimasto ferito
mentre lavorava all'interno di una tintoria lungo la via Provinciale.
L'incidente è avvenuto lunedì 21 gennaio alle 16.35: sul posto sono
intervenuti i carabinieri di Treviglio, i vigili del fuoco e i tecnici
dell'Azienda sanitaria locale di Bergamo.
Da una prima ricostruzione dell'incidente, pare che l'uomo abbia respirato
sostanze tossiche mentre stava pulendo un macchinario. Le esalazioni gli
avrebero causato un malore: il 60enne sarebbe svenuto, finendo sul
macchinario e provocandosi delle contusioni a un braccio. Gravi le
condizioni del lavoratore per le esalazioni subìte, l'uomo è stato
immediatamente soccorso e trasferito all'ospedale di Treviglio. Le sue
condizioni sono critiche ma l'uomo non sarebbe in pericolo di vita.
Sul posto i carabinieri del Radiomobile di Treviglio, i vigili del fuoco di
Bergamo e i tecnici dell'Asl per i rilievi del caso.
da l'eco di bergamo
mercoledì 23 gennaio 2013
Incidenza dei morti sui luoghi di lavoro delle regioni italiane in rapporto al numero di abitanti nel 2012
Osservatorio indipendente di Bologna morti sul lavoro http://cadutisullavoro.blogspot.com
Incidenza dei morti sui luoghi di lavoro in rapporto alla popolazione
Dall’1 gennaio al 31 dicembre 2012 sono morti sui luoghi di lavoro in Italia 624 lavoratori e oltre 1180 se si aggiungono i morti sulle strade e in itinere. Qui sotto l’incidenza della morti sui luoghi di lavoro in ogni regione in rapporto al numero di abitanti.
Riteniamo questo rapporto l’unico valido per verificare l’andamento di una provincia e di una regione in quanto a morire sono soprattutto anziani agricoltori, lavoratori in nero e categorie
che nulla hanno a che fare con il numero di lavoratori regolari che dispongono di una assicurazione regolare e che rientrano nelle statistiche ufficiali.
N°morti
|
Totale popolazione italiana 60.626.442
|
Trentino A.A 0,0000202 1° 21
|
1.037.114
|
Abruzzo 0,0000193 2° 28
|
1.342.366
|
Valle d'Aosta 0,0000156 3° 2
|
128.230
|
Calabria 0,0000145 4° 30
|
2.011.395
|
Emilia-Romagna 0.0000136 5° 63
|
4.432.418
|
Molise 0,0000125 6° 4
|
319.780
|
Umbria 0,0000122 7° 12
|
906.486
|
Basilicata 0,0000119 8° 7
|
587.517
|
Liguria 0,0000111 9° 20
|
1.616.788
|
Friuli V.G. 0,0000105 10° 14
|
1.235.808
|
Toscana 0,0000093 11° 37
|
3.749.813
|
Piemonte 0,0000084 12° 42
|
4.457.335
|
Sicilia 0,0000083 13° 44
|
5.051.075
|
Sardegna 0,0000083 13° 15
|
1.675.411
|
Veneto 0,0000081 14° 41
|
4.937.854
|
Marche 0,0000076 15° 13
|
1.565.335
|
Lombardia 0,0000073 16° 79
|
9.917.714
|
Puglia 0,0000070 17° 31
|
4.091.259
|
Campania 0,0000063 18° 43
|
5.834.056
|
Lazio 0,0000047 19° 28
|
5.728.688
|
Ue indaga su raffineria Eni Taranto
Lente anche su progetto gasdotto
22 gennaio
(ANSA) - TARANTO, 22 GEN - La Commissione europea ha avviato indagini sul
progetto di raffineria dell'Eni a Taranto e sulla costruzione del metanodotto
nell'ambito dell'impianto di hydrocracking. Le indagini riguardano la possibile
violazione della direttiva Seveso sulla prevenzione degli incidenti
industriali. Lo ha reso noto l'esecutivo comunitario. Sulla questione denunce
all'Ue sono state fatte dall'associazione Legamjonici, in particolare sul
mancato rispetto della procedura di valutazione d'impatto ambientale.
22 gennaio
(ANSA) - TARANTO, 22 GEN - La Commissione europea ha avviato indagini sul
progetto di raffineria dell'Eni a Taranto e sulla costruzione del metanodotto
nell'ambito dell'impianto di hydrocracking. Le indagini riguardano la possibile
violazione della direttiva Seveso sulla prevenzione degli incidenti
industriali. Lo ha reso noto l'esecutivo comunitario. Sulla questione denunce
all'Ue sono state fatte dall'associazione Legamjonici, in particolare sul
mancato rispetto della procedura di valutazione d'impatto ambientale.
Interventi all'assemblea della Rete nazionale per la sicurezza e salute sul posto di lavoro e nel territorio. Taranto, 7 dicembre
Continuiamo la pubblicazione degli interventi all'assemblea di Taranto promossa dalla Rete
LEO CORVACE
LEGA AMBIENTE TARANTO
Sono della Lega Ambiente di Taranto, ma in passato sono stato anche operaio dell’indotto Ilva e rappresentante sindacale. Quindi diciamo che sono un ambientalista ma sono stato anche diversi anni in fabbrica e ho condiviso anche l’esperienza operaia.
In generale Taranto è un emblema dello sfruttamento capitalistico nel nostro paese. È stata terreno degli interventi per lo “sviluppo” del Meridione negli anni ’50, quella industrializzazione forzata del Meridione, che a distanza di 50 anni possiamo vedere che ha prodotto reddito ma non ha creato sviluppo, in quanto intorno a queste fabbriche non si è creato un indotto, queste fabbriche non sono state moltiplicatrici di altre esperienze industriali o artigianali, ma hanno prodotto soprattutto inquinamento e anche disoccupazione negli altri settori.
Possiamo definire questo tipo di sviluppo come interno a una divisione del lavoro preesistente agli anni ’50 e ’60 per cui le produzioni più nocive si collocavano nel Sud del mondo, e, nel nostro caso, nel Sud dell’Italia.
Questa industrializzazione ha comportato un pesante sfruttamento della forza lavoro, soprattutto negli anni ’60 e ’70, perché le lotte sindacali di allora se sono riuscite a ottenere alcune conquiste, non sono riuscite a spezzare la catena della micro parcellizzazione degli appalti, responsabile anche di tante morti in fabbrica. A metà anni ’70 si avevano qualcosa come 500 micro aziende attive nell’appalto e subappalto, che moltiplicavano anche i problemi di sicurezza.
Oggi Taranto, grazie soprattutto alla grande mobilitazione delle varie associazioni e comitati ambientalisti, è finalmente diventata questione di rilievo nazionale, un obiettivo che da tanto tempo ci eravamo prefissi. E la questione Taranto negli ultimi tempi ha contribuito a riproporre a livello nazionale la questione del rapporto tra industria e ambiente. Una questione negli ultimi anni completamente assente nel dibattito nazionale. Il valore nazionale della questione Taranto sta proprio nel risollevare con forza la questione di questo rapporto.
Per noi Lega Ambiente il problema non è mai stato anteporre la salute prima del lavoro o viceversa. Abbiamo sempre ritenuto importante la salvaguardia della salute della popolazione, cosi come la salvaguardia dei lavoratori, così come il lavoro delle persone. Abbiamo sempre ritenuto la questione ambientale strettamente legata alla questione sociale e che le due questioni dovevano essere affrontate parallelamente e intrecciate.
Abbiamo affermato che oggi, per effetto di quel tipo di industrializzazione, permangono un altro livello di disoccupazione, ufficialmente intorno al 22-23% e un altissimo tasso di inquinamento. Siamo perciò di fronte a un sistema che in nessun modo possiamo considerare sostenibile né dal punto di vista ambientale, né occupazionale. Lo stanno a dimostrare la dichiarazione risalente già al ’90 e reiterata nel ’98, di Taranto come area ad elevato rischio ambientale, le ordinanze di divieto di pascolo nel raggio di 20 km dalla cintura della città, l’interdizione della mitilicoltura nelle acque del Mar Piccolo, quella che era stata un’icona di eccellenza.
Taranto non è strategica solo perché tale l’ha definita un decreto del governo. Taranto, la sua produzione di acciaio è strategica anche per applicare un modello di sviluppo alternativo, basta pensare un sistema di mobilità alternativo centrato sul trasporto su rotaia invece che su gomma, che richiede massiccia produzione di acciaio. Taranto è strategica perché sede del porto militare più importante del Mediterraneo, dopo quello della Nato in Turchia. È il sito delle riserve strategiche di idrocarburi della nazione, ecc.
Eppure, a fronte di questa strategicità su tanti fronti, abbiamo avuto un territorio abbandonato a sé stesso, con un industria che oltre l’Ilva conta anche la raffineria, due centrali termoelettriche per un parco complessivo di 1.100 megawatt, più le due interne alla stessa Ilva e alla Raffineria; un grande cementificio più altri più piccoli, tre inceneritori, due discariche di rifiuti solidi urbani, tre di rifiuti speciali, usate principalmente per risolvere l’emergenza rifiuti in Campania, l’80% dei rifiuti speciali stoccati in provincia di Taranto viene da fuori regione e solo il 10% proviene dalla stessa provincia, oltre alle mega discariche che, ricordate, servono per i residui della lavorazione dell’Ilva.
Venendo alle ultime vicende, noi abbiamo sempre sostenuto le inchieste della Magistratura. Abbiamo sempre affermato che quegli impianti andavano fermati, come disposto dai provvedimenti della Magistratura, ma chiarendo bene che per noi si tratta di fermata, non di chiusura. Abbiamo sempre sostenuto che alla fermata deve seguire il risanamento degli impianti, non la chiusura.
È’ ben noto che tra le varie associazioni ambientaliste ci sono posizioni diverse, c’è chi è per la chiusura senza preoccuparsi della sorte degli operai, ma questa non è la nostra posizione.
L’ultimo provvedimento del governo ha ulteriormente complicato la situazione e la domanda a cui rispondere è se esiste un qualsiasi obiettivo che legittimi che un potere, cui la Costituzione attribuisce una sua autonomia, possa essere superato da un provvedimento di un altro potere, da cui è indipendente. Già in passato abbiamo avuto violazioni dello stesso tipo, penso all’esperienza di Gela o ai provvedimenti del governo Berlusconi sulla riduzione dei tempi di prescrizione e di durata dei processi, con risultato di vanificare quelli che erano provvedimenti della Magistratura.
Sono segnali molto preoccupanti per la tenuta del nostro sistema democratico. Oggi pensiamo che, oltre che protestare per quanto avviene, occorre da subito agire per il risanamento degli impianti. Riteniamo abbastanza severo per l’Ilva il riesame dell’AIA appena approvato. Ci sono ancora dei punti che non ci vanno bene, soprattutto per quanto riguarda la tempistica, ci sono infatti tempi sensibilmente diversi di fermata e risanamenti, tra quelli contemplati dal riesame dell’AIA e quelli imposti dai provvedimenti della Magistratura. Altra cosa su cui non siamo d’accordo è il tetto della produzione fissato a 8 milioni di tonnellate, che lascia sostanzialmente il tetto attuale posto dall’Ilva, mentre riteniamo che questo debba essere decisamente ridotto, dato che in questo stabilimento meno si produce, meno si inquina, al di là delle innovazioni tecnologiche. Non ci sta bene neanche che nell’AIA non sia prevista una fidejussione, la sola che in qualche modo avrebbe potuto garantire i Tarantini dal fallimento dell’azienda, che porterebbe invece tutti i costi di bonifica a carico delle casse dello Stato e cioè a carico della collettività.
Detto questo, riteniamo che nel complesso l’AIA sia abbastanza severa, che non ha nulla a che vedere con quella spudorata rilasciata nell’agosto 2011 sotto il ministro Prestigiacomo, e che prevede tutta una serie di interventi piuttosto interessanti, che qui non abbiamo il tempo di elencare. Cito soltanto quelli a carico della cockeria, di tutte le parti dello stabilimento che comportano emissione diffusa o sono interessate a stoccaggio di materie prime.
In sintesi possiamo dire che l’AIA comunque prevede misure abbastanza restrittive, ma pur sempre interne al mantenimento di questo tipo di procedimento tecnologico, non si impone l’innovazione tecnologica, con tecnologie che oggi sono invece utilizzate in India, Cina o Sudamerica, le tecnologie corex e finex che bypassano completamente la cockeria. Abbiamo cercato di studiare l’impatto sul nostro territorio di questo tipo di tecnologie, ma non abbiamo risposte concrete sul piano tecnico. Dunque la nostra riserva resta: sono misure severe su un processo produttivo che resta lo stesso.
Per chiudere sul punto, il riesame dell’AIA dovrebbe essere completato da una valutazione del danno sanitario. Una valutazione prevista da una legge innovativa, anche se un pò farraginosa nell’applicazione, approvata di recente dalla Regione Puglia. È un fatto importante perché tutta la vicenda Ilva ci insegna una cosa: non basta rispettare i limiti di legge, all’Ilva nessuno contesta lo sforamento dei limiti alle emissioni. Ciò che la Magistratura ha appurato è che, pur nell’osservanza di questi limiti, le inchieste epidemiologiche dimostrano che gli effetti sulla salute dei lavoratori e dei cittadini sono assolutamente intollerabili.
Il problema quindi non è solo quello di ottenere il rispetto delle norme ma dei livelli di inquinamento che minimizzino l’impatto sulla salute dei cittadini.
Per Rete nodo SICILIA
ROSARIO SCIORTINO
Per quanto riguarda la Sicilia le statistiche ufficiali in questi giorni dicono ancora che in morti e gli incidenti sul lavoro sono diminuiti (-40%)”. E il “merito” di questa diminuzione viene attribuito al “Piano regionale straordinario per la tutela della salute e la sicurezza 2010-2012'”. Quanto siano efficaci questi piani regionali lo dimostrano i 44 morti, escluso quelli in itinere, fino ad oggi contati dall’osservatorio indipendente di Bologna.
E quanto queste affermazioni siano volgarmente tendenziose e di parte si capisce leggendo fino in fondo lo stesso comunicato ufficiale dove si scopre che “Rimane però il problema del lavoro nero. Infatti i dati su infortuni e morti sul lavoro sono condizionati da questo fenomeno, la cui incidenza - vista anche la crisi economica che imperversa - rimane costante nel tempo. [sottolineatura nostra]”. Quindi l’attuale crisi economica viene citata, ma come di passaggio, mentre è proprio a causa della crisi e quindi della chiusura di tante fabbriche e tanti cantieri che ci sono meno morti e incidenti invalidanti, secondo le loro statistiche.
Come si sa la Sicilia è tra le regioni meno industrializzate del Paese, e quelle poche sono concentrate nella parte orientale con il polo petrolchimico Gela-Priolo-Augusta; poi c’è la raffineria Eni di Milazzo nella parte settentrionale, ma queste poche hanno fatto molti danni con inquinamento ambientale e alla salute delle persone come purtroppo è successo con la lunga storia dell’amianto. La Sicilia è nota anche però per le cosiddette bombe ecologiche rappresentate dalle discariche che inquinano il terreno e le falde acquifere come quella di Bellolampo sopra Palermo, e tante altre realtà piccole e piccolissime di cui difficilmente si viene a sapere.
Qui vogliamo prendere in considerazione in particolare due casi tra i più eclatanti: Gela e la Fincantieri.
Il caso Gela
Lo stabilimento di Gela,voluto alla fine degli anni ’50 da Enrico Mattei in persona, già una decina di anni fa fu messo sotto sequestro per inquinamento ambientale. L’indice era puntato in particolare contro il reparto clorosoda, dove si lavorava il mercurio senza precauzioni, con conseguenze devastanti sulla salute degli operai. Un dato su tutti inquieta: a Gela il numero delle malformazioni nei bambini è più alto di sei volte della media nazionale. Tra i bambini nati negli ultimi decenni è molto diffusa l’ipospadia, una malformazione congenita all’apparato genitale, ma comuni sono anche i casi di bambini nati microcefali. Alcuni bambini nascono senza un orecchio, altri con quattro dita alle mani, altri ancora con delle malformazioni al palato.
Solo nel 2002, ben 512 bimbi sono nati malformati.
La nuova inchiesta condotta dalla Procura tenta di trovare il nesso causale in specifiche condotte e pratiche dell’azienda.
Quasi una routine i casi di malformazioni genetiche tra le famiglie di operai ed ex dipendenti del petrolchimico dell’Eni. “Quando io e mio fratello gemello siamo nati senza alcun tipo di malformazione, in famiglia si è quasi gridato al miracolo per una cosa che in realtà dovrebbe essere normale” racconta Andrea Turco, ventenne figlio di un operaio dell’indotto petrolchimico”.
Le enormi ciminiere fumanti, dicono gli abitanti, quando il vento soffia verso occidente, ammorbano l’aria rendendola irrespirabile. I residui della lavorazione vengono scaricati nel fiume Gela e infatti: “Il problema è che a Gela è inquinato tutto: dall’acqua, agli ortaggi, al cibo con cui viene allevato il bestiame” aveva spiegato il genetista Bianca, perito della procura di Gela.
Nel 2006 a Priolo, pochi chilometri a nord di Gela, si era verificata una situazione simile. In quel caso, però, la Syndial, società dell’indotto Eni, aveva deciso di risarcire alcune famiglie danneggiate mentre le indagini erano ancora aperte: 101 casi di bambini nati con malformazioni genetiche erano costate più di undici milioni di euro, ma la vertenza era stata chiusa. Oggi il responsabile delle relazioni esterne dell’Eni in Sicilia, si esprime anche sul caso di Gela. “Se dovessero essere dimostrate responsabilità dell’Eni a Gela siamo pronti ad aiutare anche quelle vittime”.
Il dottor Bianca però lancia l’allarme: “Non è una condizione che si può restringere ad alcuni casi. Il problema principale è che qui a Gela in trent’anni non è cambiato nulla: pur avendo dismesso gran parte degli impianti del petrolchimico le percentuali di malformazioni sono rimaste stabili. Quindi il vero problema di questa città non sono le generazioni presenti ma quelle future”.
Già, e non solo bambini e operai: muoiono e si ammalano in generale gli adulti come evidenzia anche una ricerca del CNR che conferma che il comune di Gela è tra le aeree più inquinate del mondo. Nel sangue dei campioni esaminati ci sono veleni di ogni tipo. Dal piombo al mercurio.
Ora l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha scoperto che nelle vene degli abitanti scorre anche arsenico. Facendo una proporzione sul totale dei residenti, a rischio avvelenamento potrebbero trovarsi più di 20 mila persone. Che a Gela si muore d’ambiente sembra provarlo anche un’altro report firmato dall’Istituto superiore di sanità: tra i lavoratori del petrolchimico, i più a rischio sono quelli che, finito il turno, tornano a casa in città. I pendolari non residenti hanno tassi di mortalità per cancro polmonare molto più bassi.
La procura indaga, ma il compito dei pm non è facile. Oggi a Gela è attiva la grande raffineria dell’Eni, ma nell’area per decenni hanno fabbricato clorosoda, acido cloridico e altri prodotti chimici. Le bonifiche già partite sono poche, la stragrande maggioranza dei veleni resta a terra. E “Siamo ancora alle conferenze istruttorie”, chiosa Bianchi:
Anche a Gela come a Taranto è arrivato puntuale un decreto (n. 22/02) e come all’Ilva di Taranto il governo ha salvato di fatto l’azienda e i “posti di lavoro” (grande falsità: dai circa 10.000 di una volta adesso siamo a circa un migliaio e la metà in cassa integrazione), ma ha peggiorato, a detta degli esperti, la salute di tutti perché ha permesso di usare il pet-coke come combustibile; anche in questo decreto si parla di “migliori tecniche disponibili”, di salvaguardia dell’ambiente; dell’importanza strategica di tale prodotto per l’occupazione e l’economia nazionale.
I sindacati confederali hanno di fatto accettato con applausi questo decreto.
Anche a Gela ci sono dirigenti indagati e arrestati per inquinamento.
La Fincantieri di Palermo
Meglio conosciuta come Cantieri navali di Palermo, sono ricordati per il numero enorme di operai presenti negli anni 60 agli anni 80, circa 10.000, e per la combattività che mostravano negli scioperi. Molti di questi operai si sono ammalati e molti sono morti, non solo per le generali condizioni di lavoro senza alcuna sicurezza, ma soprattutto a causa dell’amianto che come raccontavano gli operai più vecchi era immagazzinato in sacchi che rimanevano buttati qui e là e gli operai stanchi di tanto in tanto ci dormivano pure sopra.
La pericolosità dell’amianto, killer invisibile che uccide anche dopo anni, era nota dai primi del ‘900. Ma già dal 1965, una legge impone l’adozione di misure a tutela dei lavoratori che stanno a contatto con le fibre. Invece, hanno raccontato i sopravvissuti durante il processo, alla Fincantieri di Palermo si lavorava senza mascherine e con aspiratori che non funzionavano. Alla Fincantieri le polveri di amianto raccolte sul pavimento, che dovevano essere smaltite con apposite modalità, venivano semplicemente spazzate, come fossero granelli di polvere. E mancava un servizio di lavaggio delle tute: gli operai se le pulivano a casa. Come Angelo Norfo, morto di cancro pochi mesi prima della moglie che l’asbestosi l’ha presa proprio lavando i vestiti del marito.
Negli anni sono stati fatti tanti processi, nella sostanza ci sono almeno sei filoni di indagini.
La gravità della situazione è data anche dal fatto che ad una udienza avrebbero dovuto deporre 7 operai: 5 però erano in condizioni talmente gravi da non poter esser sentiti. Due sono morti durante l’incidente probatorio. Il primo processo, vedeva gli imputati rispondere di 69 casi per omicidio colposo e lesioni gravi. Le parti offese, tra operai vivi e i prossimi congiunti, erano 128. Il secondo processo gli imputati sono chiamati a rispondere di 39 casi, con circa 82 parti offese, il terzo processo gli imputati sono chiamati a rispondere di 6 casi, con circa 30 parti offese, il quarto processo gli imputati sono chiamati a rispondere di 8 casi, con circa 17 parti offese. Il quinto processo sono10 i casi di cui devono rispondere, con circa 16 parti offese. Tutti processi ancora pendenti. Nel sesto filone, ancora nella fase preliminare gli indagati sono chiamati a rispondere di 22 casi tra decessi e lesioni gravi, con circa 53 parti offese. 145 sono gli operai tra lesi e deceduti, mentre le parti offese circa 326.
Ma restano fuori tutti quei lavoratori deceduti prima del 1998, e quelli che, purtroppo, lo saranno nei prossimi anni a causa della latenza della malattia. Va precisato inoltre che per i marittimi (coloro che stanno sulle navi) si parla di esposizione indiretta all’amianto.
Questi processi, grazie alla partecipazione di una gran numero di testimoni e consulenti, hanno permesso alla fine di accertare l’utilizzo indiscriminato di amianto all’interno del cantiere navale di Palermo, con la conseguente esposizione - diretta e indiretta - dei lavoratori alla sostanza.
L’altra novità che mette in relazione ancora una volta Palermo con Taranto è il filone Fincantieri che va a legarsi a quello della Tirrenia. Un collegamento che sono stati i familiari di vittime dell’amianto a fare. Raccontando le loro storie, lontane eppure molto, troppo simili e in cui le parole ricorrenti sono lavoro, amianto, tumore, navi, Tirrenia, morte. È notizia di questi giorni che la Marina a Taranto era a conoscenza da tempo del pericolo amianto per i marinai.
E stiamo parlando della Fincantieri, azienda che opera nelle costruzioni e riparazioni di navi mercantili e militare e della Tirrenia navigazione Spa, è la più grande società marittima statale. Infatti entrambe sono controllate da Fintecna, l’una per il 99,3 per cento, l’altra per il 100%. E Fintecna è una società finanziaria italiana a sua volta interamente controllata dal Ministero dell’Economia e del tesoro.
La domanda, che si fa anche una giornalista è: ma lo Stato non avrebbe dovuto tutelare e salvaguardare i lavoratori? E i passeggeri che da anni viaggiano sulle navi della Tirrenia, in particolar modo gli autotrasportatori? E che fine ha fatto tutto l’amianto che dal 1992 per legge è stato vietato in Italia, con la legge 257?
L’attività giudiziaria ha quasi sempre, per così dire, fatto da supplenza all’azione sindacale che si è limitata, anche qui, a costituirsi parte civile una volta partiti i processi. Mai una campagna seria di lotta, mai una presa di posizione contro i medici competenti (o meglio quasi sempre compiacenti).
Noi abbiamo portato avanti una campagna per la sicurezza sostenendo un operaio che era stato licenziato sostanzialmente come rappresaglia per le denunce sulla sicurezza sul lavoro, il processo d’appello è ancora in corso.
Infine, tra le tante, vogliamo parlare di altre due realtà
Mineo. Dove una decina di giorni fa sono state emesse cinque condanne per l´incidente sul lavoro che 4 anni fa provocò la morte di 6 persone nel depuratore.
Secondo l’accusa, la morte dei sei operai sarebbe stata causata dall’esalazioni tossiche formatesi nel pozzetto di ricircolo dei fanghi durante le fasi della sua pulizia, che, secondo una perizia disposta dalla Procura, sarebbero state prodotte dal versamento illecito nella vasca di idrocarburi dall’autobotte della ditta Carfì che si trovava a operare sul posto.
La battaglia per la salute al Policlinico di Palermo. Dove la denuncia e la battaglia dello Slai Cobas per il sindacato di classe, contro le condizioni da quarto mondo in cui sono costretti a lavorare parecchi dipendenti del Policlinico, nonostante la persecuzione di cui è oggetto la rappresentante del cobas da parte della direzione sanitaria, che dopo averla minacciata di licenziametanto a seguito di una forte risposta l’ha mantenuta al lavoro ma trasferita, ha incoraggiato altre lavoratrici e lavoratori.
Soprattutto le donne hanno cominciato a rompere il silenzio sulle proprie precarie e rischiose condizioni di lavoro, ma anche sulle mansioni pesanti e faticose a cui sono adibiti, malgrado affetti da patologie fortemente incompatibili, che ne peggiorano lo stato di salute.
martedì 22 gennaio 2013
Operaia disabile costretta a mansioni "vietate": 'cuore infranto', prima condanna datore lavoro
La sentenza della Corte d'appello di Torino non ha precedenti nel nostro Paese
e riguarda la "sindrome tako-tsubo", un infarto acuto da affaticamento. La
Alplast Spa di Tigliole d'Asti, produttrice di tappi super tecnologici, aveva
assegnato Rosa O. all'assemblaggio: la dipendente doveva sollevare scatoloni
che pesavano più di 14 kg ed è crollata. Ora ha ottenuto 16mila euro di
risarcimento
di ALBERTO CUSTODERO
Una lavoratrice disabile ha rischiato di morire di fatica sollevando pesanti
scatoloni di tappi di champagne. Per la prima volta in Italia, un datore di
lavoro è stato condannato per avere provocato alla dipendente la "sindrome del
cuore infranto". Si tratta di una forma di infarto acuto da affaticamento
scoperta in Giappone vent'anni fa. Questa patologia fa assumere al ventricolo
sinistro la forma di un cestello (tsubo) usato dai pescatori giapponesi per la
pesca del polpo (tako). Di qui il nome "sindrome tako-tsubo". L'imprenditore
condannato dalla Corte d'appello di Torino, sezione lavoro, è Renato Goria,
titolare della Alplast Spa di Tigliole d'Asti. L'azienda è tra i leader europei
nella produzione di tappi super tecnologici. Non quelli tradizionali di
sughero, ma tutta la gamma di chiusure alternative, dalla plastica
all'alluminio, al sintetico. Più o meno tre miliardi e mezzo di pezzi l'anno,
destinati in particolare all'industria alimentare: acque minerali e soft drink,
alcolici e superalcolici, vini e spumanti, olio, aceto, caffè, noccioline. E
Nutella Ferrero. Goria è presidente dell'Unione Industriale di Asti.
A rivolgersi al Tribunale del lavoro è stata una dipendente disabile, Rosa O.,
che svolgeva il lavoro di "assemblatrice" ed è stata difesa dall'avvocato
Katiuscia Verlingieri,. La donna era stata "adibita - si legge nella sentenza -
nella linea di produzione a mansioni estremamente faticose, dovendo anche
sollevare e riporre in alto scatoloni pesantissimi con notevole frequenza".
Sforzi fisici "incompatibili con le sue condizioni di salute e con il suo stato
di portatrice di handicap". Nonostante il medico aziendale, preso atto delle
precarie condizioni di salute della lavoratrice, "avesse accertato l'inidoneità
alla mansione di addetta presse e macchine di assemblaggio", Rosa O. fu
"adibita alla linea di stampaggio dei tappi di champagne e alla mettidisco
Nutella". "Doveva sollevare scatole che pesavano più di quattordici chili che
contenevano tappi di champagne", ricorda un testimone. A un certo punto la
dipendente è crollata ed è finita al pronto soccorso dove le hanno
diagnosticato la sindrome "tako-tsubo".
Secondo il presidente della Corte d'appello Arianna Maffiodo e il consigliere
Gloria Pietrini, che hanno firmato la sentenza, "lo stress emozionale acuto fu
causato dall'adibizione della lavoratrice a mansioni alle quali, per divieto
del medico competente, non poteva essere adibita e dalle quali era stata
sollevata". L'Alplast è stata dunque condannata a pagare a Rosa O. 16mila euro
di danni non patrimoniali.
"La sentenza - commenta il professore Marco Bona, specialista in materia di
responsabilità civile - è la prima a riconoscere il risarcimento del danno per
la sindrome tako-tsubo". "Dal punto di vista giuridico - aggiunge - è stato
riaffermato il principio della responsabilità del datore di lavoro per i danni
subiti dal dipendente adibito a mansioni precluse dal medico competente".
(21 gennaio 2013)
da Rete Milano - continua la strage di operai
IL 2013 SI APRE CON LA CONTINUA STRAGE DI OPERAI.
17/18 QUELLE UFFICIALI?, OLTRE 25 SE SI CONSIDERANO QUELLI NON DENUNCIATI O VENGONO
RELEGATI COME NOTIZIE DI CRONACA NERA O INCIDENTI STRADALI. E ANCORA
UNA VOLTA LA LOMBARDIA SI DISTINGUE IN QUESTO TRISTE PRIMATO,
SPECIALMENTE NEL SETTORE DELL’EDILIZIA.
Incidente sul lavoro a Lozza
Muore operaio colpito da masso
Pedemontana, sindacati: sciopero di otto ore
La vittima è Costanzo Palmo, 55 anni. E' successo alla Galleria di
Morazzone. Al momento della disgrazia stava lavorando con una decina
di colleghi, tutti impegnati nelle operazioni di stabilizzazione del
tunnel
Lozza, 21 gennaio 2013 - Un operaio ha perso la vita in un
incidente avvenuto sul cantiere di Pedemontana nella Galleria di
Morazzone nel comune di Lozza. Secondo la ricostruzione, l’operaio è
stato colpito alla testa dalla caduta di materiale durante le
operazioni di scavo della galleria.
Secondo quanto ricostruito la
vittima, Costanzo Palmo, 55enne crotonese, è stato colpito da un
pesante masso. Al momento della disgrazia stava lavorando con una
decina di colleghi, tutti impegnati nelle operazioni di stabilizzazione
del tunnel. D’improvviso si sarebbe staccata una delle reti di
protezione facendo cosi’ cadere parte del materiale roccioso. La
vittima indossava regolarmente il casco protettivo.
“Sono profondamente addolorato - ha detto l’assessore alle Infrastrutture e
Mobilità della Regione Lombardia, Andrea Gilardoni per quanto avvenuto
questa mattina nel cantiere di Pedemontana ed esprimo la mia personale
vicinanza alla famiglia dell’operaio deceduto, alle maestranze e alla
società. Episodi dolorosi come questo ci invitano a riflettere sull’
importanza di garantire il massimo della sicurezza nei nostri cantiere:
l’impegno su questo tema deve essere assolutamente prioritario”.
I
SINDACATI - I sindacati edili di Uil, Cisl e Cgil delle province di
Varese e Como, sono fortemente preoccupati per quanto accaduto ed hanno
indetto uno sciopero di otto ore con assemblea permanente in tutti i
cantieri della Pedemontana. In particolare, scrivono i sindacati, ‘’
denunciamo che l’accelerazione dei lavori, con i conseguenti turni
lavorativi, mal si concilia con le condizioni di sicurezza dei
lavoratori.
‘’E’ inaccettabile - spiegano - che in un’opera di tali
dimensioni, dove sono occupati circa mille lavoratori, che si estende
su piu’ province della Lombardia, laddove la prevenzione deve essere
all’ordine del giorno, accadano tali disgrazie. Pertanto chiediamo una
maggiore e costante attenzione a tutti i soggetti preposti. Attendiamo
con ansia l’esito delle indagini degli organismi preposti al fine di
fare chiarezza’’.
Adro, muore schiacciato da un «muletto»
ADRO.
Tragedia all'interno dell'azienda «Streparava» che produce sospensioni
e assali e che occupa più di 350 persone. Tempestivi ma purtroppo
inutili i soccorsi. Paolo Gavazzi, 54 anni, residente a Zocco di
Erbusco, era sposato e padre di due figli Autista della «Vertua» di
Cologne, è stato travolto durante la fase di carico del mezzo
In via Zocco sono arrivati i soccorsi: per Gavazzi non c'era nulla da fare
Adro. A poco sono serviti i soccorsi inviati sul piazzale di carico
della Streparava, in via Zocco 13 ad Adro: per Paolo Gavazzi,
camionista 54enne della Autotrasporti Vertua di Cologne, investito dal
muletto che doveva caricare il suo camion, non c'era più nulla da fare.
Alle 17 e 20 di una giornata nebbiosa, Gavazzi, sposato e padre di due
figli, è spirato a due passi dal camion, per le lesioni riportate,
facendo piombare nella disperazione l'addetto al carico che guidava il
muletto. NELLA FABBRICA, che produce assali e sospensioni che
finiscono in mezzo mondo e garantisce 354 posti di lavoro, l'attività è
continuata fino alle 20: con il medico dell'Asl sono arrivati i
carabinieri di Adro, per effettuare i rilievi utili a ricostruire la
dinamica dell'incidente. Ai cancelli si sono presentati i delegati
delle Rsu che, finito il turno di lavoro, volevano capire cosa fosse
successo. Con loro c'erano Paolo Franzoni, delegato Fiom-Cgil e Michele
D'Ariano, della Fim-Cisl: il direttore della fabbrica ha però negato
loro l'accesso. Poco più tardi la cognata dello sfortunato camionista,
che abita nella vicina frazione di Zocco di Erbusco, è entrata alla
Streparava, così come è arrivato sul luogo dell'infortunio il titolare
dell'azienda di autotrasporti per cui lavorava il 54enne. Davanti ai
cancelli, con i sindacalisti di Fiom, Fim e Uilm, c'erano le Rsu e
alcuni dipendenti fuori servizio, che chiedevano notizie, cercando di
capire l'accaduto. «Non mi è mai capitato - ha commentato Franzoni - in
tanti anni di attività sindacale, che dopo un infortunio mortale
un'azienda non lasciasse entrare il delegato e le Rsu». A Erbusco la
notizia è arrivata in un lampo: «Paolo Gavazzi - ha raccontato un
conoscente - era un donatore di sangue della Croce Rossa, apprezzato da
tutti per il suo spirito e la sua capacità di stare in mezzo alla
gente». Fim, Fiom, Uilm e le Rsu nel frattempo hanno deciso per uno
sciopero di ventiquattr'ore a partire dalle 22 di ieri, con vari
momenti di assemblea, previsti nelle ore notturne e questa mattina.
Giancarlo Chiari
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Di seguito il commento di
Gino Carpentiero di Medicina Democratica
martedì 22 gennaio 2013
Brescia 21 gennaio 2013 e' morto un operaio di 54 anni a Adro
schiacciato da un muletto. Il personale medico del 118è subito
intervenuto, ma non c'è stato nulla da fare. I sanitari hanno soltanto
potuto constatare la morte. Non si conosce ancora l'identità della
vittima. Purtroppo è già il secondo morto nella provincia di Brescia in
pochi giorni e come gli anno passati è sempre ai vertici di questa
triste classifica. Varese E' morto Palmo Costanzo un operaio calabrese
di 55 anni colpito da un masso, nel cantiere dell'autostrada
Pedemontana a Lozza. Costanzo era al lavoro in una galleria insieme ad
altri operai, quando dalla galleria si è staccato un masso che lo ha
colpito alla testa, è stato trasportato dal personale del 118
all'ospedale di Varese, dove è morto per le ferite gravi riportate alla
testa. Al momento della tragedia stava lavorando diversi colleghi,
tutti impegnati nelle operazioni di stabilizzazione del tunnel: quando
si è staccata una parte di parete nonostante la rete di protezione.
Dell'accaduto è stata informata la Procura, mentre sul posto per i
primi sopralluoghi sono arrivati i carabinieri e gli ispettori dell'Asl
per verificare il rispetto delle norme antinfortunistiche nei cantieri
edili. cantiere: l'impegno su questo tema deve essere assolutamente
prioritario".
Mentre imprenditori affaristi, banchieri e politici
corrotti sono impegnati a dare l’assalto finale alla diligenza
(l’Italia) un altro lavoratore, Palmo Costanzo, minatore della comunità
calabrese, amico di Pietro Mirabelli’ è morto stamattina in una grande
opera in corso in provincia di Varese: la Pedemontana. Un masso si è
staccato dalla volta durante l’operazione di centinatura e lo ha
schiacciato: è morto poco dopo il ricovero all’Ospedale di Varese. La
dinamica è molto simile a quella che uccise il nostro Pietro Mirabelli.
Ancora un omicidio (senza aggettivi) di un lavoratore sull’altare del
profitto. Palmo Costanzo aveva lavorato come minatore alla Galleria del
Carlone a Vaglia (FI) nella squadra di Pietro Mirabelli. Era zio del
giovane Pasqualino Costanzo che perse la vita proprio nella galleria di
Vaglia a soli 23 anni nel gennaio del 2000. Il profitto e gli affari al
primo posto…e la sicurezza dei lavoratori all’ultimo! Anche la dinamica
di questo infortunio, come già era stata quella di Pietro nel cantiere
svizzero di Sigirino (Canton Ticino) sembra evidenziare l’accettazione
del rischio per evitare i cosiddetti tempi morti. L’operazione di
disgaggio che deve necessariamente seguire lo scavo e che precede il
consolidamento della galleria, se non viene compiuto con la massima
precisione e senza fretta con il martellone demolitore può determinare
il distacco di massi dal fronte o dalla volta. Cercheremo di fornire
nei prossimi giorni notizie più precise. Medicina Democratica si unisce
al cordoglio della famiglia e degli amici tra i quali l’Associazione
Minatori di Pagliarelle. Intanto dal perito elvetico che il 30 novembre
doveva consegnare la relazione conclusiva per l’omicidio sul lavoro di
Pietro Mirabelli al Procuratore di Lugano nulla trapela. Probabile che
abbia chiesto un ulteriore proroga.
Gino Carpentiero – sezione Pietro Mirabelli di Medicina Democratica
17/18 QUELLE UFFICIALI?, OLTRE 25 SE SI CONSIDERANO QUELLI NON DENUNCIATI O VENGONO
RELEGATI COME NOTIZIE DI CRONACA NERA O INCIDENTI STRADALI. E ANCORA
UNA VOLTA LA LOMBARDIA SI DISTINGUE IN QUESTO TRISTE PRIMATO,
SPECIALMENTE NEL SETTORE DELL’EDILIZIA.
Incidente sul lavoro a Lozza
Muore operaio colpito da masso
Pedemontana, sindacati: sciopero di otto ore
La vittima è Costanzo Palmo, 55 anni. E' successo alla Galleria di
Morazzone. Al momento della disgrazia stava lavorando con una decina
di colleghi, tutti impegnati nelle operazioni di stabilizzazione del
tunnel
Lozza, 21 gennaio 2013 - Un operaio ha perso la vita in un
incidente avvenuto sul cantiere di Pedemontana nella Galleria di
Morazzone nel comune di Lozza. Secondo la ricostruzione, l’operaio è
stato colpito alla testa dalla caduta di materiale durante le
operazioni di scavo della galleria.
Secondo quanto ricostruito la
vittima, Costanzo Palmo, 55enne crotonese, è stato colpito da un
pesante masso. Al momento della disgrazia stava lavorando con una
decina di colleghi, tutti impegnati nelle operazioni di stabilizzazione
del tunnel. D’improvviso si sarebbe staccata una delle reti di
protezione facendo cosi’ cadere parte del materiale roccioso. La
vittima indossava regolarmente il casco protettivo.
“Sono profondamente addolorato - ha detto l’assessore alle Infrastrutture e
Mobilità della Regione Lombardia, Andrea Gilardoni per quanto avvenuto
questa mattina nel cantiere di Pedemontana ed esprimo la mia personale
vicinanza alla famiglia dell’operaio deceduto, alle maestranze e alla
società. Episodi dolorosi come questo ci invitano a riflettere sull’
importanza di garantire il massimo della sicurezza nei nostri cantiere:
l’impegno su questo tema deve essere assolutamente prioritario”.
I
SINDACATI - I sindacati edili di Uil, Cisl e Cgil delle province di
Varese e Como, sono fortemente preoccupati per quanto accaduto ed hanno
indetto uno sciopero di otto ore con assemblea permanente in tutti i
cantieri della Pedemontana. In particolare, scrivono i sindacati, ‘’
denunciamo che l’accelerazione dei lavori, con i conseguenti turni
lavorativi, mal si concilia con le condizioni di sicurezza dei
lavoratori.
‘’E’ inaccettabile - spiegano - che in un’opera di tali
dimensioni, dove sono occupati circa mille lavoratori, che si estende
su piu’ province della Lombardia, laddove la prevenzione deve essere
all’ordine del giorno, accadano tali disgrazie. Pertanto chiediamo una
maggiore e costante attenzione a tutti i soggetti preposti. Attendiamo
con ansia l’esito delle indagini degli organismi preposti al fine di
fare chiarezza’’.
Adro, muore schiacciato da un «muletto»
ADRO.
Tragedia all'interno dell'azienda «Streparava» che produce sospensioni
e assali e che occupa più di 350 persone. Tempestivi ma purtroppo
inutili i soccorsi. Paolo Gavazzi, 54 anni, residente a Zocco di
Erbusco, era sposato e padre di due figli Autista della «Vertua» di
Cologne, è stato travolto durante la fase di carico del mezzo
In via Zocco sono arrivati i soccorsi: per Gavazzi non c'era nulla da fare
Adro. A poco sono serviti i soccorsi inviati sul piazzale di carico
della Streparava, in via Zocco 13 ad Adro: per Paolo Gavazzi,
camionista 54enne della Autotrasporti Vertua di Cologne, investito dal
muletto che doveva caricare il suo camion, non c'era più nulla da fare.
Alle 17 e 20 di una giornata nebbiosa, Gavazzi, sposato e padre di due
figli, è spirato a due passi dal camion, per le lesioni riportate,
facendo piombare nella disperazione l'addetto al carico che guidava il
muletto. NELLA FABBRICA, che produce assali e sospensioni che
finiscono in mezzo mondo e garantisce 354 posti di lavoro, l'attività è
continuata fino alle 20: con il medico dell'Asl sono arrivati i
carabinieri di Adro, per effettuare i rilievi utili a ricostruire la
dinamica dell'incidente. Ai cancelli si sono presentati i delegati
delle Rsu che, finito il turno di lavoro, volevano capire cosa fosse
successo. Con loro c'erano Paolo Franzoni, delegato Fiom-Cgil e Michele
D'Ariano, della Fim-Cisl: il direttore della fabbrica ha però negato
loro l'accesso. Poco più tardi la cognata dello sfortunato camionista,
che abita nella vicina frazione di Zocco di Erbusco, è entrata alla
Streparava, così come è arrivato sul luogo dell'infortunio il titolare
dell'azienda di autotrasporti per cui lavorava il 54enne. Davanti ai
cancelli, con i sindacalisti di Fiom, Fim e Uilm, c'erano le Rsu e
alcuni dipendenti fuori servizio, che chiedevano notizie, cercando di
capire l'accaduto. «Non mi è mai capitato - ha commentato Franzoni - in
tanti anni di attività sindacale, che dopo un infortunio mortale
un'azienda non lasciasse entrare il delegato e le Rsu». A Erbusco la
notizia è arrivata in un lampo: «Paolo Gavazzi - ha raccontato un
conoscente - era un donatore di sangue della Croce Rossa, apprezzato da
tutti per il suo spirito e la sua capacità di stare in mezzo alla
gente». Fim, Fiom, Uilm e le Rsu nel frattempo hanno deciso per uno
sciopero di ventiquattr'ore a partire dalle 22 di ieri, con vari
momenti di assemblea, previsti nelle ore notturne e questa mattina.
Giancarlo Chiari
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Di seguito il commento di
Gino Carpentiero di Medicina Democratica
martedì 22 gennaio 2013
Brescia 21 gennaio 2013 e' morto un operaio di 54 anni a Adro
schiacciato da un muletto. Il personale medico del 118è subito
intervenuto, ma non c'è stato nulla da fare. I sanitari hanno soltanto
potuto constatare la morte. Non si conosce ancora l'identità della
vittima. Purtroppo è già il secondo morto nella provincia di Brescia in
pochi giorni e come gli anno passati è sempre ai vertici di questa
triste classifica. Varese E' morto Palmo Costanzo un operaio calabrese
di 55 anni colpito da un masso, nel cantiere dell'autostrada
Pedemontana a Lozza. Costanzo era al lavoro in una galleria insieme ad
altri operai, quando dalla galleria si è staccato un masso che lo ha
colpito alla testa, è stato trasportato dal personale del 118
all'ospedale di Varese, dove è morto per le ferite gravi riportate alla
testa. Al momento della tragedia stava lavorando diversi colleghi,
tutti impegnati nelle operazioni di stabilizzazione del tunnel: quando
si è staccata una parte di parete nonostante la rete di protezione.
Dell'accaduto è stata informata la Procura, mentre sul posto per i
primi sopralluoghi sono arrivati i carabinieri e gli ispettori dell'Asl
per verificare il rispetto delle norme antinfortunistiche nei cantieri
edili. cantiere: l'impegno su questo tema deve essere assolutamente
prioritario".
Mentre imprenditori affaristi, banchieri e politici
corrotti sono impegnati a dare l’assalto finale alla diligenza
(l’Italia) un altro lavoratore, Palmo Costanzo, minatore della comunità
calabrese, amico di Pietro Mirabelli’ è morto stamattina in una grande
opera in corso in provincia di Varese: la Pedemontana. Un masso si è
staccato dalla volta durante l’operazione di centinatura e lo ha
schiacciato: è morto poco dopo il ricovero all’Ospedale di Varese. La
dinamica è molto simile a quella che uccise il nostro Pietro Mirabelli.
Ancora un omicidio (senza aggettivi) di un lavoratore sull’altare del
profitto. Palmo Costanzo aveva lavorato come minatore alla Galleria del
Carlone a Vaglia (FI) nella squadra di Pietro Mirabelli. Era zio del
giovane Pasqualino Costanzo che perse la vita proprio nella galleria di
Vaglia a soli 23 anni nel gennaio del 2000. Il profitto e gli affari al
primo posto…e la sicurezza dei lavoratori all’ultimo! Anche la dinamica
di questo infortunio, come già era stata quella di Pietro nel cantiere
svizzero di Sigirino (Canton Ticino) sembra evidenziare l’accettazione
del rischio per evitare i cosiddetti tempi morti. L’operazione di
disgaggio che deve necessariamente seguire lo scavo e che precede il
consolidamento della galleria, se non viene compiuto con la massima
precisione e senza fretta con il martellone demolitore può determinare
il distacco di massi dal fronte o dalla volta. Cercheremo di fornire
nei prossimi giorni notizie più precise. Medicina Democratica si unisce
al cordoglio della famiglia e degli amici tra i quali l’Associazione
Minatori di Pagliarelle. Intanto dal perito elvetico che il 30 novembre
doveva consegnare la relazione conclusiva per l’omicidio sul lavoro di
Pietro Mirabelli al Procuratore di Lugano nulla trapela. Probabile che
abbia chiesto un ulteriore proroga.
Gino Carpentiero – sezione Pietro Mirabelli di Medicina Democratica
Interventi e messaggi al Convegno di Taranto della Rete Nazionale per la sicurezza e salute in fabbrica e nel territorio- Terza parte
Messaggi della THISSENKRUPP
....La nostra fraterna vicinanza e condivisione della causa e della lotta per tutelare il lavoro e l’ambiente per i lavoratori dell’Ilva, e per tutte/i le/i cittadine/i di Taranto e dei comuni limitrofi che vivono la drammatica esistenza di vivere in un territorio dove sembra che lo Stato e la legge siano assenti.
Una città ed un territorio, in cui sembra esistere da decenni un doppio binario, dove la legge e le regole le debbono rispettare solo i lavoratori ed i cittadini, mentre chi come padron Riva ed i suoi complici e sodali, le violano regolarmente e continuamente, vige l’impunibilità a tutti i livelli, “due binari”, sia giuridico-legale che economico-sociale, sia ambientale, una sorta di condizione di extra-giudiziale, che compromette e condiziona la vita e la società tarantina in tutti i suoi aspetti sociali ed economici, sino a ledere le regole che stanno alla base della nostra convivenza civile e democratica, la Costituzione italiana dentro e fuori lo stabilimento dell’Ilva!!
Per il direttivo “Legami d’Acciaio”
Ciro Argentino ex operaio ed Rsu ThyssenKrupp
Salvaguardare ambiente e occupazione si può, anzi è necessario.
...Dopo decenni di devastazione ambientale occorre risanare l’area dai rifiuti tossici, creando così posti di lavoro utili (non a Riva ma ai tarantini che sono i veri proprietari della fabbrica) e riconvertendo la produzione a lavorazioni non nocive, utili alla società e rispettose di persone e ambiente.
Come è facile intuire non saranno i Riva o il governo a prendere queste decisioni, così come non si adopereranno per trovare le risorse necessarie alla riconversione industriale. Solo i lavoratori, con la lotta per il proprio posto di lavoro, legata alle altre lotte, possono costringere l’Amministrazione locale e il governo a prendere le misure necessarie per salvaguardare ambiente e posti di lavoro...
Gli operai dell’Ilva hanno i numeri, la forza e l’esperienza di lotta non solo per occupare lo stabilimento ma anche altri centri nodali come strade, aeroporto, porto e base militare; hanno la conoscenza e la capacità per gestire lo stabilimento senza le manovre e la sete di profitto di Riva & Co.; hanno l’abilità di sfruttare ogni ambito (trattative a vari livelli, mobilitazioni di piazza, occupazioni, ecc.) di lotta per portare a casa l’unico risultato utile: la ripresa dell’attività (anche riconvertita ad altre produzioni) e le dovute bonifiche.
Solidarietà a chi lotta per la dignità del lavoro!
La soluzione siamo noi lavoratori! Tutto dipende da noi!
Ex lavoratori ThissenKrupp Torino
Processo d’Appello ThyssenKrupp
Da poche settimane è ripreso il processo d’Appello ThyssenKrupp, che vede indagati 6 imputati per la morte dei nostri 7 compagni di lavoro uccisi per profitto la notte del 6 dicembre 2007. La Procura non contesta loro solo il reato di gravi omissioni di cautele antinfortunistiche e incendio doloso ma anche di omicidio volontario (per l’AD H. Espenhahn) con dolo eventuale e per un altro degli imputati, il RSPP Cosimo Cafueri, il reato di istigazione alla falsa testimonianza, avendo avvicinato alcuni testimoni di parte per indurli a testimoniare condizioni di lavoro all’interno dello stabilimento “idilliache”. Le stesse condizioni di abbandono e trascuratezza degli impianti che, come ha dimostrato l’indagine compita dal pool di Guariniello, avrebbero portato alla morte dei nostri compagni.
Nonostante il vergognoso tentativo di scaricare la colpa dell’accaduto sui nostri compagni di lavoro, distratti e intervenuti in ritardo secondo la difesa, ricordiamo che Antonio, Bruno, Roberto, Angelo, Saro, Rocco e Giuseppe sono morti proprio perché hanno compiuto fino in fondo il loro lavoro, anche se sapevano benissimo che stavano per perderlo di lì a poco. Proprio questo attaccamento al loro lavoro gli è stato fatale.
Ritiratesi tutte le Parti Civili dal procedimento (ad eccezione di Medicina Democratica), anche quelle che avrebbero, a parer nostro, dovuto rimanere all’interno del processo anche nei successivi gradi di giudizio, come per esempio il Comune di Torino (che appalta al gruppo tedesco la realizzazione delle scale mobili sia a Porta Susa che a Porta Nuova, con tanto di logo in bella vista!) e gli altri Enti locali e i sindacati, che si sono invece defilati lasciando un vuoto enorme in un procedimento importantissimo non solo per il clamore che la vicenda ha suscitato in termini umani (non solo a Torino) ma anche per i suoi risvolti giuridici e sociali.
Un procedimento già definito storico ma che per noi non potrà che esserlo in una sola maniera: quando vedremo tutti gli imputati dietro le sbarre.
Invitiamo cittadini solidali, studenti, lavoratori, precari e disoccupati, giornalisti, organizzazioni sindacali e di partito, associazioni e tutti coloro che hanno a cuore il tema della sicurezza nei luoghi di lavoro a partecipare numerosi alle udienze in solidarietà con le famiglie delle vittime e con gli ex lavoratori coinvolti in una delle pagine più brutte della storia recente del nostro Paese: un concreto gesto di solidarietà che, legato alle lotte e alle mobilitazioni per il diritto alla casa, alla salute, al lavoro sicuro e dignitoso, sia mirato alla costruzione di una società non più basata sul profitto di pochi ma sul reale progresso dell’umanità e sulla dignità dei lavoratori e delle loro famiglie.
Ex lavoratori ThissenKrupp Torino
FRANCESCO MARESCA EX OPERAIO ILVA
Sinistra Critica
Parlare dell’Ilva in questo periodo non è molto semplice, dato che ci confrontiamo oggi e ci scontriamo con due posizioni radicalmente opposte.
Una è la posizione strumentale, promossa principalmente dall’azienda che ha mobilitato le sue truppe nella prima fase della mobilitazione, partita il 30 marzo in occasione dell’udienza preliminare che avrebbe messo sotto processo i vertici Ilva. È seguita poi una seconda fase in cui per contestare i provvedimenti della Magistratura sono scese in campo le organizzazioni sindacali.
Contro questa, l’altra posizione si è manifestata in forma eclatante il 2 agosto, quando un gruppo di operai Ilva, più alcuni, che chiamiamo genericamente cittadini, tanto per non fare polemica con nessuno, si costituiscono in Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti e riescono a mobilitare parecchio, e da allora in poi hanno realizzato numerose e partecipate manifestazioni. I problemi emergono ogni qual volta il Comitato deve prendere delle decisioni, quello che possiamo chiamare genericamente “programma”, cioè: su che cosa ci battiamo? Chiediamo genericamente a Riva di fare investimenti o presentiamo proposte che mettono in discussione il da farsi?
Per tutta una fase ho seguito da vicino la vita del Comitato e posso dire che il problema vero è che al suo interno si è scatenata la parte più conseguentemente e irriducibilmente per la chiusura dello stabilimento. E attualmente all’interno del Comitato è ancora prevalente questa posizione, anche se ufficialmente la posizione del Comitato è che Riva deve mettere mano al portafoglio e pagare le ristrutturazioni per la messa a norma degli impianti. Perché dico che la posizione per la chiusura è di fatto quella che prevale? Perché aggiungono, dato che già sappiamo che Riva non vuol cacciare un centesimo è certo che lo stabilimento chiude.
Secondo me, invece, uno stabilimento come quello, per quante disgrazie possano capitare, non può essere chiuso per mille motivi, da ultimo, in ordine cronologico per il recente decreto del Governo.
Un provvedimento che ritengo di una gravità assoluta.
Dunque i problemi nel Comitato nascono da questo tipo di posizione, cui ovviamente si attengono tutte le organizzazioni ambientaliste. Questi pensano che la chiusura dell’Ilva determinerà un cambiamento strutturale della crescita produttiva. Detto in termini schematici, il passaggio a una crescita centrata sulle cozze, la piscicoltura, l’agricoltura, la pastorizia, ecc. E in più ci sarebbe la valanga di soldi necessaria per le bonifiche.
È stato veramente inutile sgolarsi per mesi per dire: “guardate, che questa è la strada peggiore, è la strada che già è stata percorsa in altre situazioni. Vogliamo parlare della Sardegna, dove le aziende chiudono a catena e non succede niente? Dove gli operai devono abbarbicarsi nella difesa della Alcoa, addirittura delle miniere, che sono dieci volte peggiori della siderurgia?”
Niente da fare: si insiste a proporre questa strada, annunciando in modo un po’ favolistico che arriveranno miliardi per bonificare Taranto. Inutile è stato spiegare che se, per ipotesi, l’Ilva chiudesse non arriverebbe neanche un centesimo come, per fare un esempio più vicino a noi, non è arrivato un centesimo a Bagnoli, dove dal 1993 si promettono bonifiche che ancora nessuno ha realmente visto. Tirano poi in ballo, a sproposito, l’esempio della chiusura dell’area a caldo di Genova, frutto di presunte grandi mobilitazioni di cittadini, quando in realtà i nostri compagni che a Genova vivono e operano ci hanno confermato che a suo tempo ci furono mobilitazioni di circoli ristretti rispetto alla dimensione della città. È vero che a Genova Riva ha chiuso l’area a caldo ma nessuno vuole ammettere che per farlo Riva ha beccato un sacco di milioni. Nel ’98, quando io ero ancora in fabbrica Riva fece un accordo che discutemmo in consiglio di fabbrica, dove ci raccontarono la barzelletta che sarebbe stata spostata a Taranto la produzione di altri due milioni di tonnellate quando già la produzione, che allora era su cinque altiforni, aveva raggiunto il suo massimo. Comunque sia, nel ’98 si fa quell’accordo ma l’area a caldo è stata chiusa solo nel 2005. Dunque nel 2005 Riva aveva l’alternativa: spendere 15, 20, qualcuno dice 30 milioni per rifare l’unico altoforno ancora attivo a Genova, o incassare i 50 milioni che lo Stato e la Regione gli offrivano per chiuderlo, più la gestione per 50 anni dell’area demaniale del porto? Secondo voi Riva che cosa poteva scegliere? Perché gridare alla vittoria, quando, nel migliore dei casi, è una vittoria di Pirro? È vero che la gente che abitava vicino l’impianto ha ottenuto un grande miglioramento, ma non la spacciamo per una vittoria generale. Vittorie sono quelle che tu riesci a determinare con le tue forze, cosa impossibile finché i rapporti di forza restano a vantaggio della borghesia e dei padroni, quindi anche di Riva. Altro esempio che tirano in ballo è quello di Dusseldorf, dove lo stabilimento è stato chiuso e ricostruito in altro sito con tutte le più nuove tecnologie, ovviamente sempre nell’interesse dei padroni. Ma alcuni compagni sono andati a visitare questo nuovo stabilimento ed effettivamente raccontano che la produzione è “pulitissima”. I parchi minerari li hanno collocati a 300 km dallo stabilimento e dall’abitato, spostano settimanalmente dai parchi solo il quantitativo di minerale necessario per una settimana di produzione, 10 giorni al massimo, col risultato di avere cumuli molto bassi. Bene, ma dov’è il grosso dei parchi? Sul Reno! Ed è questa una soluzione? È una soluzione come quella che ho sentito proporre nel Comitato: spostiamo l’Ilva verso Massafra … e che a Massafra sono più scemi? Ancora peggio, ho sentito dire: lasciamo fare queste produzioni ai paesi in via di sviluppo, detto da gente che non si rende conto del suo razzismo strisciante: come se si dicesse, i cinesi sono un miliardo e mezzo, più di un miliardo sono gli indiani, lo stesso Brasile è i forte crescita, possono permettersi di far morire qualcuno, mentre noi che siamo in decrescita è bene che ci salvaguardiamo. Come si fa a ragionare così? È un ragionamento reazionario, una posizione che va battuta. Si può anche essere per la chiusura dell’Ilva, ma non è accettabile che si pensi che si possa spostare altrove, dove gli altri sono inferiori a te.
La mia opinione è che oggi ci sono tecnologie di produzione, dette corex e finex, avanzate al punto che azzerano il danno dato dallo stoccaggio e passaggio di minerale dalle cockerie agli altiforni, utilizzando un minerale agglomerato che non produce diossina in quanto annulla la sinterizzazione che avviene all’interno dell’agglomerato. Se esistono queste tecnologie perché produrre tutti a Taranto gli 8 milioni di tonnellate previste dalla nuova AIA? Non potrebbero invece restare a Taranto due, massimo tre altiforni dotati di queste tecnologie e spostare il resto della produzione, con la stessa tecnologia in altri siti siderurgici?
Ma su questo pesa il macigno dell’ultimo infame provvedimento del governo. Noi pensiamo che l’aspetto peggiore del decreto non è aver scippato il problema dalle mani della Magistratura e fermato l’inchiesta, la carognata peggiore è che hanno elevato lo stabilimento di Taranto al rango di stabilimento di rilievo strategico nazionale, il che vuol dire che tutta la produzione di qui non se ne andrà mai più né può essere cambiata se non in accordo con gli interessi strategici nazionali.
Il ritiro di quel provvedimento va chiesto per questo motivo, non perché delude chi credeva che l’Ilva avrebbe chiuso in pochi giorni, ma perché mette una pietra su qualsiasi ipotesi seria di bonifica, in nome dell’interesse strategico nazionale. Per fare un esempio: solo un cambio di tecnologia e la riduzione della scala dell’impianto può permettere la soluzione del problema dei parchi. Ristrutturare una fabbrica come quella è possibile solo se c’è la volontà politica di governo di diffondere la produzione siderurgica. Ma questo governo non ha più niente da dire sulla politica industriale, salvo imporre l’ultimo diktat.
Solo l’entrata in campo della classe operaia potrebbe cambiare questo stato di cose. Ma purtroppo dato il livello di coscienza attuale, questa classe operaia è abbarbicata a quel posto di lavoro, ha paura di perderlo e invece di dotarla degli strumenti per comprendere qual’è il processo che andrebbe perseguito, si cerca di convincere che ormai siamo tutti morti, e perciò tanto vale che lo stabilimento chiude e tanti saluti a tutti!
PIERO FRICELLI SLAI COBAS ILVA
Sono un operaio dell’Ilva e abito a Tamburi.
Innanzitutto vorrei dire che questo è il decreto di uno stato dittatore. Oltre ad essere un decreto infame nei contenuti, è un decreto anticostituzionale! Contro la Magistratura, la città di Taranto, gli operai dell’Ilva. Sia chiaro che è un precedente pericoloso.
Detto questo, bisogna anche dire che non è vero che gli operai all’Ilva non stanno cambiando. Io che lavoro all’interno posso dire chiaro che gli operai stanno prendendo coscienza.
Guardate, la cosa peggiore fatta contro gli operai, gli operai italiani, non solamente quelli dell’Ilva, è il contratto di formazione, che prevede 24 mesi di formazione, se durante questi tieni la testa bassa, accetti tutto senza lamentarti, vieni confermato, altrimenti sei fuori della fabbrica. È così che viene imposto agli operai un tipo di lavoro di cui oggi quasi tutti noi operai ci stiamo lamentando.
Lo stiamo facendo perché abbiamo preso coscienza, sono morti poche settimane fa due ragazzi. Personalmente la cosa mi fa anche incazzare, perché non dobbiamo aspettare che muoiano due operai per fare un’azione vera, bisognava farla prima, dire le cose come stanno, dire come stanno funzionando gli impianti.
All’Ilva, secondo stabilimento siderurgico in Europa, primo a livello nazionale, abbiamo il contratto dei metalmeccanici. Il perché i sindacati ancora ce lo devono spiegare, in 50 anni i sindacati che stanno all’interno dello stabilimento, nessuno ha mai detto che l’Ilva inquina. Perché? Perché era anche loro interesse, o per altro?
Io oggi sto soffrendo per questa situazione e siamo noi operai, nel magna-magna generale in cui tutti stanno bene, che se la passano peggio e gli tocca scendere in piazza.
Io sono di quelli che non ha fatto mai nessuno sciopero a comando dell’azienda. Io non sciopero per l’azienda e non sciopererò mai! Io sciopero per i miei diritti, per la mia dignità, che nessuno è autorizzato a vendere. In Italia, invece la dignità degli operai è stata venduta. La vera dignità della classe operaia secondo me non esiste più. Io sono uno di quelli che sta facendo le sue lotte per la tutela mia personale e di tutti gli altri e per questo mi hanno detto che sono un vagabondo, un delinquente, un mafioso. Se non c’è una legge che mi tutela, se la 626 non c’è più, allora mi tutelo da solo.
Per quanto riguarda gli operai dell’Ilva, è vero che hanno paura, perche a Taranto non ci sono alternative all’Ilva.
Io sono un operaio dello Slai cobas. Prima ero nella Fiom ma ho smesso di avere fiducia nella Fiom e nella Cgil. Poi sono passato alla Uilm, e mi veniva da piangere… sono passato alla Fim, e ho continuato a piangere… alla fine ho fatto una scelta. Ho scelto lo Slai cobas e la mia scelta la sto divulgando all’interno della fabbrica. Posso dirvi che è una lotta lunga, dura, perché rimbalzo sempre contro un muro di gomma, non dell’azienda, ma tra gli stessi operai. Tra gli operai il problema è che manca chi li guidi, manca una guida per gli operai. Se io ho una Ferrari e non la so guidare, quella Ferrari rimarrà sempre ferma… Noi operai Ilva siamo tutti delle “Ferrari”, basta avere una persona che ci guidi e noi potremo vincerla qualche battaglia. Per questo occorre la volontà di confrontarci, di capire e poi di agire.
A proposito dei “Liberi pensanti”. Io sono un lavoratore, un cittadino, sono libero e penso a modo mio. La penso a modo mio sulla difesa del mio posto di lavoro. E sono un cittadino di Taranto, dei Tamburi, abito a 20 metri dai parchi minerari. Io e i miei figli abitano là. Perché ho comprato casa proprio là, perché quella potevo permettermi. Ma non è giusto che mi compro una casa dove devo morirci. È possibile trovare una soluzione per i parchi, basta volerlo.
Altra cosa da dire è che la Magistratura nei 50 anni prima delle ultime inchieste nessuno l’ha mai sentita. E venuta fuori adesso, deve essersi rotto qualche equilibrio interno per non so che cosa. Questo credo, posso anche sbagliarmi.
Comunque sia, ben venga la Magistratura, ma all’interno dello stabilimento tutti gli operai sappiamo che gli interventi non si faranno. Perché questo decreto Salva Riva, non l’Ilva e tanto meno gli operai. Lo hanno scritto in 6 ore e io non ricordo nessun decreto fatto in 6 ore a tutela dei lavoratori! Non lo abbiamo mai visto! Lo vediamo ora, per salvare i capitalisti e mandare a morte gli operai.
A proposito dell’area caldo di Genova che è stata chiusa. Io oggi faccio le mie lotte e quando vedo gli operai Ilva di Genova affermare che lo stabilimento Ilva di Taranto sarebbe solo al 52° posto per l’inquinamento, non ci sto più! Non ci sto quando li sento dire: veniamo noi a Taranto fare le lotte, come se noi non fossimo capaci di fare le nostre lotte. Attaccano la nostra dignità di uomini e lavoratori e io che vivo di orgoglio e di dignità non accetto di essere offeso da nessuno.
Tanto per essere chiaro coi miei colleghi di Genova, l’idea nostra, di tanti operai è: avete voluto chiudere l’area a caldo perché sapevate di morire e oggi chiedete alla città di Taranto di sacrificarsi? Non ci stiamo! Fate gli operai, mostrate solidarietà per gli operai di Taranto. è giusto che noi e voi difendiamo il nostro posto di lavoro. Io no chiedo la chiusura dell’Ilva, chiedo certezze.
Lavoro in un’acciaieria che è ancora quella di 50 anni fa. Noi sappiamo bene come stanno le cose e in che condizioni lavoriamo. Lo sappiamo noi operai. Per chi sta fuori e non conosce questa realtà, è facile parlare.
Oggi per l’ennesima volta, ho accusato i sindacati. I sindacati mi hanno sempre detto la stessa cosa: noi facciamo il sindacato che riusciamo a fare, ma il sindacato non ha mai detto all’azienda: l’impianto è in queste condizioni, cambiamo! A me non serve il sindacato per farmi fare il 730, quello posso farmelo da solo. Io voglio pagare la tessera perché tu mi difendi. Mi devi tutelare, ma questo non succede.
Un esempio stupido: ieri ho fatto il turno di notte sulla gru. E, col freddo che ha fatto, la mattina mi sono alzato dalla postazione con mal di schiena e mal di testa, vento e freddo entravano in cabina. Oggi sono andato al lavoro e ho detto: io vi fermo la gru se non ripristinate immediatamente il riscaldamento! Pochi minuti dopo sono arrivati i tecnici a ripristinare la gru!
Ma sono solo e da soli la guerra non si vince. Se sono solo l’azienda può schiacciarmi, lo so, ma nel frattempo faccio rispettare i miei diritti. Il mio diritto al lavoro, il mio diritto alla salute e il diritto alla sicurezza, mio e di tutti gli altri operai.
Chi si rifiuta di lavorare su un impianto mal messo, viene subito bollato e gli dicono: non lo fai tu, lo farà un altro. Chi deve cambiare per primo è il lavoratore, deve avere il coraggio di dire: mi rifiuto per la sicurezza mia e degli altri.
Chiudo dicendo che sto dalla parte di tutti i lavoratori, dall’Alcoa all’Ilva di Taranto, anche se non sono d’accordo con qualche idea di qualche lavoratore, anche se capisco che tutti cerchiamo di difendere il nostro posto di lavoro.
Per Rete nodo MILANO
GIUSEPPE GAGLIO
Innanzi tutto porto i saluti anche di chi con la Rete/Milano lavora e che oggi non è potuto venire, come: A.I.E.A (associazione italiana esposti amianto) di Paderno Dugnano; Comitato Sostegno Vittime e Operai Eureco; Cittadini Contro l’Amianto di Cremona; Comitato Arvedi (acciaieria) di Cremona.
Noi sentiamo la questione che si sta combattendo qui a Taranto all’Ilva, come una cosa che ci riguarda.
La Prima ragione, che abbiamo verificato anche nello scoppio all’Eureco di Paderno dove hanno perso la vita 4 operai, 2 italiani 2 immigrati, è il fatto che gli operai continuano a morire, come all’Ilva, sta passando in secondo piano o per lo meno sta diventando, come sempre, una normalità che le prime vittime della logica del profitto sono gli operai. All’Ilva a due giovani operi, non solo è stata rubata la vita ma anche i sogni di avere il diritto ad un futuro. E questo non possiamo permetterlo!
L’altra questione che ci fa dire che la questione Ilva di Taranto ci riguarda anche in città come Milano, è perché anche a Milano esiste questa contraddizione a livello cittadino tra diritto al lavoro-diritto alla salute. Ebbene da Milano noi diciamo ai tanti che qui dicono: “chiudere la fabbrica”, che nella nostra città le fabbriche hanno chiuso. Ma quando le fabbriche erano aperte, gli operai hanno spinto a che si costituissero Associazioni, meritevoli, come Medicina Democratica. Mostrando a tutti quanti che per primi gli operai non solo lottano per il diritto al reddito, diritto al lavoro e al lavoro sicuro, ma lottano anche per gli altri, per il diritto alla salute di tutti. E quindi la loro lotta non è in contrapposizione alla città. Poi le fabbriche hanno chiuso, gli operai hanno perso il lavoro, ma niente è stato bonificato. E Milano è la capitale dell’Amianto. Che sta in tutti i siti. Ci hanno costruito i centri residenziali, con la gente sopra, ci vogliono costruire anche gli ospedali.
Ci siamo lasciati con quelli che oggi non sono potuti venire qui a Taranto, che nelle prime settimane di gennaio prossimo, parleremo, approfondiremo la questione dell’Ilva; anzi c’è una richiesta specifica, fatta da una responsabile del Comitato Arvedi, ed è un invito, in primis agli operai Ilva, affinché si faccia uno sforzo in più, che un operaio, qualcuno di Taranto venga su, perché c’è necessità di sentire direttamente le cose che hanno detto qui, oggi.
L’Eureco - il cui proprietario è Merlino Giovanni - è, era, una fabbrica per lo smaltimento di rifiuti speciali, ma che operava ed opera in altre province e regioni. Come prassi, illegale (conosciuta e “tollerata” dalle Istituzioni), lo ha fatto non rispettando le normative sulla sicurezza, usufruendo della compiacenza e legittimazione dalle Autorità preposte al controllo-verifica-autorizzazioni, evadendo il fisco, utilizzando manodopera precaria e in nero, infischiandosene della salute e sicurezza sia dei lavoratori che della popolazione che abita nei pressi della fabbrica. Nel tardo pomeriggio del 4 novembre 2010 un’esplosione tremenda ha “sconvolto” la “tranquilla” routine del territorio padernese. Quello che era stata una delle tante aree produttive dell’hinterland della Provincia di Milano è ripiombata indietro nella storia. Una tragica fatalità? Niente affatto!
1) Non più tardi tre mesi prima all’Eureco si erano verificati “piccoli” scoppi e incendi. Prontamente denunciati dalla popolazione, comitati e associazioni ambientaliste che “prontamente” venivano “rassicurate” dalle Autorità, carabinieri e vigili, su tutti
2) Non era il primo caso di incidente che succedeva in un sito gestito dal “signor” Merlino. Nel 2005 a San Nazzaro dei Burgundi, provincia di Pavia, era morto un operaio e Merlino è stato condannato, patteggiando una “condanna” di una manciata di mesi
3) Dopo questa condanna gli organi preposti hanno continuato a rilasciare le autorizzazioni.
Ma lo scoppio del 4 novembre costringe tutti a manifestare il loro “sdegno”; la loro “commozione”, la loro “vicinanza” ai lavoratori, prima, gravemente ustionati, poi, morti, la loro “disponibilità” a sostenere i familiari, i lavoratori feriti e tutti gli altri. Per alcune settimane il caso riempie le pagine dei giornali. Arriva la Commissione Parlamentare, guidata dal Senatore Roilo (molto conosciuto a Milano per il suo passato ruolo di dirigente della Camera del Lavoro milanese), che dichiara subito che vi sono delle evidenti colpe-omissioni, oltre che del titolare, di Organi Preposti-politica-Autorità che sono le cause della tragedia; che questo caso è un caso nazionale e che la Commissione si sarebbe prodigata affinché si facesse GIUSTIZIA. Si tengono riunioni del Consiglio Comunale di Paderno “aperte”, promosse dal Sindaco leghista Alparone (le precedenti giunte erano state di centro sinistra) che afferma: «... È’ stato tremendo, e ne sono ancora scosso profondamente. Adesso la mia principale preoccupazione è verso di loro e delle loro famiglie. Spero che si riprendano nel più breve tempo possibile». Ma la giunta di Paderno ha bocciato l’appello del Comitato di sostegno vittime Eureco e di altri organismi, tra i quali la Rete, per un sostegno economico alle precarie condizioni di familiari e operai superstiti; sino al punto che la moglie di una delle vittime ha dovuto pagarsi di tasca propria e con sottoscrizioni il rimpatrio della salma del proprio caro, o che uno dei superstiti ha dovuto subire lo sfratto, tamponato solo grazie alle iniziative del Comitato.
Ma ciliegina sulla torta sono le dichiarazioni politiche di questo signore, che parlano da sole: “Lo stabilimento è sotto controllo”; «Questa fabbrica - continua Alparone - è presente a Paderno da tanti anni ed è un sito approvato, sotto controllo, con tutte le autorizzazioni previste dalla legge. Come amministrazione abbiamo sempre fatto tutte le verifiche del caso e continueremo a farle, con un monitoraggio completo delle attività produttive della zona. Certo sarebbe sempre meglio che queste realtà industriali non fossero così vicine ai centri abitati. L’Arpa sta facendo al momento tutti i rilievi del caso, e non sono segnalati pericoli immediati.». C’è poi chi offre il sostegno nel processo, ancora lungi dall’essere istruito, come il candidato a sindaco di Milano, Pisapia (dichiarando che se verrà eletto, come poi avviene, metterà a disposizione lo Studio di avvocati da lui diretto e si prodigherà affinché vengano sostenute economicamente le famiglie degli operai morti e di quelli feriti). C’è chi il giorno dopo lo scoppio dice di non sapere niente di quanto successo all’Eureco, come il Segretario della Cisl Bonanni, che dichiara ai cronisti “Non so nulla, non ho letto i giornali, ero chiuso in riunione”, e lo fa, ironia “macabra” la definiscono gli stessi cronisti, mentre è a un convegno a Milano dal titolo: “Persona, lavoro e politica”.
C’è chi dice, come la dirigente della Camera del lavoro milanese che il comunicato della Rete “All’Eureco come alla Thyssen bruciano le vite operaie in nome del profitto”, è il “loro” slogan e, anzi fa di più, si dice disponibile a co/promuovere insieme e con altre associazioni la manifestazione per il 4 dicembre a Paderno lanciata da noi. Promessa rimasta lettera morta, ma che nel proseguo della vicenda getta un velo di ipocrisia e discredito sulla Cgil, quando nelle udienze preliminari si è costituita parte civile a fronte del fatto che non era presente in fabbrica e senza citare il fatto che negli anni precedenti non aveva detto nulla sul fatto che all’Eureco il responsabile RLS lavorasse in un altro sito e non in loco, e che su scala nazionale ha ostacolato il lavoro e l’impegno anche dei propri delegati.
Da subito come Rete ci siamo adoperati per costruire co/promuovere iniziative-presidi-manifestazioni. Abbiamo distribuito appelli a giornalisti, politici, associazioni operanti in materia, nell’ottica di unire le forze per incidere in maniera più contundente; sindacati di base e di classe che vogliano lavorare in maniera unitaria contro logiche di “parrocchia” e costruire l’unità dei lavoratori, con gli studenti in lotta per il diritto alla scuola pubblica (coscienti che nelle già precarie e fatiscenti condizioni a cui hanno ridotto la Scuola rischiano la salute e la stessa vita studenti-insegnanti-lavoratori); con i movimenti per il diritto alla casa (per aver più volte denunciato le condizioni nelle quali Comune di Milano e ALER fanno “vivere” proletari e le masse più deboli nelle case popolari con coperture in amianto e rifiuti tossici/cancerogeni sotto le fondamenta (dove sono emerse le collusioni criminose tra politica e mafie varie); con i movimenti contro la devastazione ambientale come il comitato NoExpo (purtroppo siamo stati e siamo voce solitaria nel denunciare i tanti incidenti e morti che vi sono già stati intorno a questa inutile “grande” opera); con gli immigrati, casualmente, nello stesso periodo dello scoppio all’Eureco, in lotta, principalmente a Milano (Torre di via Imbonati) e a Brescia (sulla gru), per mostrare che sono uomini e donne e non invisibili o schiavi o carne da macello da immolare alle logiche del profitto come li vuole questo sistema, ricordando che all’Eureco, ma non solo, erano morti operai non solo italiani ma principalmente immigrati venuti dall’Albania; con artisti, coscienti che spesso la loro Arte, sia che siano immagini-film-teatro-poesie, smuove le coscienze, le menti e i cuori di molti.
Alcuni di quelli da noi raggiunti hanno contribuito a costruire e partecipare all’iniziativa del 4 dicembre 2010 davanti il Comune di Paderno che si è conclusa con l’affissione di uno striscione davanti la fabbrica. Altri hanno assicurato il loro impegno in futuro, ma si sono persi per strada, mostrando la loro “vicinanza” agli operai a corrente alternata; altri ancora hanno disertato, pensiamo per concezioni sbagliate, della serie “gli operai non ci sono più” o “i lavoratori non lottano”.
Oggi, vi è la battaglia del processo che mostra la necessità e il dovere, per tutti, di esserci per affermare che la sete di GIUSTIZIA, che arde nei cuori e nelle menti dei famigliari delle vittime, trionfi all’Eureco come ovunque.
Diciamo subito che si è arrivati al processo con difficoltà e con i soliti tempi lunghi della Magistratura italiana, tipici, quasi sistematici, quando si parla dei diritti dei lavoratori. Infatti il GUP, Bertoja, ha pensato “bene” di rinviare il Merlino non per omicidio plurimo doloso ma per omicidio plurimo doloso. “Legittimo” interpretando le normative giuridiche, ma osceno nella forma e contenuto. Ancor più osceno sono state le udienze preliminari per le accettazioni della costituzione delle Parti Civili. Il Magistrato ha respinto la costituzione del Comitato di sostegno alle vittime perché si è formato dopo lo scoppio (forse si sono dimenticati di costituirsi, in maniera preventiva, prima. Buono a sapersi!); di Associazioni come Medicina Democratica, “perché non preesiste un’attività sul territorio preventivo..” (come se fosse questo l’impedimento per annullare il lavoro di questa emerita Associazione); dell’A.I.E.A Nazionale “in quanto associazione che si batte per l’abolizione dell’utilizzo di amianto che non risulta smaltito all’Eureco” (nonostante dati emersi dalle indagini e dichiarazioni di alcuni operai, che hanno evidenziato il fatto che erano costretti a mescolare l’amianto con altre sostanze e a stare zitti); dell’ANMIL Onlus “in quanto si rende palese da Statuto il compito di assistenza alle vittime e familiari di infortuni e malattie professionali e non di prevenzione..”; di sindacati come A.L.L.C.C.A CUB “in quanto lo Statuto si richiama alla difesa e interessi economici dei lavoratori del settore chimico e non ha scopi di prevenzione di infortuni e malattie professionali..” (qui un lato siamo “concordi” col GUP – non di certo perché abbiamo la stessa visione del ruolo di un sindacato degno di questo nome e che faccia il proprio lavoro – ma perché il suddetto sindacato ha cercato di costituirsi parte civile in maniera strumentale per averne un ritorno d’immagine; dall’altro dissentiamo senza se e senza ma, perché il Gup ha, invece, accettato la costituzione della Cgil “per danno d’immagine..”, quando i danni e non solo d’immagine dovrebbe chiederli gli operai alla Cgil per il suo ruolo e lavoro di connivenza con gli interessi del padrone); di un familiare come Antonella Riunno utilizzando il latino “iure proprio” “petitum” “iure hereditario”, per dire che gli altri famigliari erano legati da uno stretto vincolo di parentela e lei no (perchè pur vivendo insieme non erano sposati).
Mentre il GUP Bertoja ha accettato la costituzione del Comune di Paderno “in quanto più vicino agli interessi dei cittadini..”. Se non fosse tragico ci sarebbe da ridere, ricordiamo a tutti quanto scritto precedentemente. Vogliamo sottolineare solo due cose: 1) il Gup, anche se la legislazione glielo permette, non si è attenuto a fare il suo lavoro di Giudice, ma si è permesso di entrare nel merito del Procedimento “augurandosi che si giungesse ad un accordo, di natura economica, tra le parti evitando così il processo”, permettendo così al Merlino il Patteggiamento quando è anche un recidivo e già condannato per le stesse ragioni e, di fatto, monetizzando gli ASSASSINI sul lavoro; 2) riteniamo sbagliata la linea seguita dagli avvocati dei familiari di accettare il capo d’imputazione, Colposo invece di Doloso, perché diverso da quello applicato al processo Thyssen, e che deve esserlo per tutti i processi, perché se è vero che i familiari e gli operai feriti versano in gravi condizioni economiche non sono i soldi che possono restituirgli i propri cari e compagni di lavoro né rendergli GIUSTIZIA.
4 morti al giorno sono l’evidenza di una GUERRA, non dichiarata ma messa in pratica, da questo sistema contro la CIVILTA’ del lavoro e di chi vive i territori. La sola battaglia giudiziaria, i presidi, le manifestazioni, ecc., non basta, serve una rivoluzione politica e sociale, che dal basso e unendo tutte le energie disinteressate e vogliose di esserci, spazzi via questo sistema che afferma il primato del PROFITTO su quello UMANO.
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